martedì 30 agosto 2011

1) Il viaggio, l'arrivo, il furto

In bianco e nero, l’autostrada è solo un’istantanea che dimenticheremo in fretta. Parole e filosofie fra i viadotti e i tunnel della Liguria. Quanta noia.
Ecco, un posto dove non abiterei mai. Ci sono i monti, certo. C’è il mare, bellissimo. Ma l’abbraccio morbido delle mie terre che corrono ordinate verso il blu del tirreno non lo cambierei mai. Pianure mai troppo infinite, colline sempre curiose oltre la porta della foschia, montagne sul limite fra il vicino e il lontano, e mare di scogli e sassi da scegliere in base alla voglia.
La Toscana mi è dentro, nel cuore. Non ne uscirà mai.
Posso soltanto io, come adesso, uscire. Prima dalla mia terra, poi dalla mia nazione. Per ogni metro di suolo identico al successivo e diversissimo da quello un po’ più lontano, sono solo cartelli diversi a indicarmi che siamo in Francia.

Mario guida tranquillo, al comando dell’ultimo vagone del piccolo trenino partito da Prato alle 6 del mattino. In testa c’è il Taglia, Oscar 2011 per il rispetto del codice della strada. Nemmeno la totale assenza di autovelox sulle strade francesi lo spinge a spingere. Regolare.

Il pranzo è un’iniziazione al rito che ripeteremo per i prossimi giorni: zaini che si vuotano e stomaci che si riempiono. “O di paglia o di fieno, il corpo l’è pieno”, dice il Landini. Un caffé espresso che ha poco di Italiano scende giù nel corpo, con poco piacere e molta ustione, e non si può far altro che ripartire.

Lunga, lunghissima la strada verso Carpentras, o forse è solo la noia di arrivare. Do il cambio alla giuda a Mario, e nella cittadina poco lontana da Avignone compio una manovra da ritiro della patente sotto un semaforo. Qui non hanno nemmeno le telecamere, la mia tessera rosa può dirsi salva.
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La temperatura esterna è un colpo che ricade forte sul sistema immunitario, vista la frescura intensa all’interno dell’abitacolo. Un po’ di traduzioni alla reception e le valige in camera. Poi la spesa e la piscina. Il gigante può aspettare fino a domattina.
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Con la cena raffinata ancora sullo stomaco, e l’aria condizionata inarrestabile che arriva sul collo, il risveglio non può certo definirsi idilliaco. Ci ricorderemo a lungo di quanto le nostre membra stanno tentando di digerire. E pure le tasche, visto quanto costa una sola bottiglia di vino della casa. Ladri dalla parlata romantica.

venerdì 12 agosto 2011

Risposta al sig. Severgnini. I luoghi comuni

 I luoghi comuni


Splendida mattinata. Il sole è poco oltre le colline, e dalla finestra vedo il mare. Lei dorme ancora, lì nel letto. Lo farà per almeno un’altra ora.
Mi dirigo verso il bagno. I vestiti sono già lì ad aspettarmi, e dopo i classici bisogni indossare la maglietta ed i pantaloncini aderenti è un attimo. Gli occhiali e poi il casco, mai farne a meno.
Pronto per scendere, non indosso le scarpette ma scelgo di tenerle in mano e scendo le due rampe di scale con ai piedi solo i calzini, la bici con l’altra mano. Scivolare per le scale con gli scarpini è un attimo. Avrei potuto tenere la bici nella cantina dell’hotel, se fosse stata chiusa. Ci fosse almeno l’ascensore, ma niente, bisogna rischiare la vita sul granito levigato degli scalini. Ancor prima di salire in sella.

Il vento quasi assente, cosa strana per una cittadina di mare anche se è solamente mattina, mi spinge a percorrere un po’ di lungo mare. Più tardi, forse, la salita.
Una, due piccole rotonde ed è già il tempo di una frenata poderosa. Dei ragazzi entrano nel circolo rotabile a tutta velocità, la radio altissima e i postumi di una serata da sballo ancora da smaltire. Ridono. Io sono salvo.

Ho bisogno di un caffè però. La colazione la farò al ritorno, ma un buon caffè mi serve: le ferie sono anche queste piccole concessioni. Io che di mestiere faccio il barista, un caffè servito è una piccola soddisfazione.
Vedo un benzinaio con bar annesso, e decido di fermarmi. Appoggio la bici al muro, mentre un signore un po’ anziano stà ucendo. Mi rivolge la parola, ma non per un buongiorno.
“Ti sei fermato a fare il pieno? Riempi la borraccia con la bbbomba?”
Il mio sorriso silenzioso serve solo per tacita compassione, e per non prolungare una conversazione mai iniziata e già troppo lunga. Luoghi comuni.

Forte del mio caffè, riparto. Al ritorno dovrò dare un’occhiata alle geometrie della bici, perché la schiena ogni tanto fa male. O forse sono solo i miei 50 anni.
Per fortuna l’aria fresca del mattino, lo stress lasciato in città e questa tranquilla pedalata mi rimettono al mondo.
Non fosse per i continui colpi di clacson alle mie spalle, sarebbe ancora meglio. Sono da solo, sulla destra, su una strada ampia. Evidentemente tutti pensano di avere un autotreno. Oppure, semplicemente, non sanno guidare la macchina. Ovviamente però il problema sono io, che lì non ci dovrei stare. Dovrei usare le piste ciclabili. Ci fossero...
Luoghi comuni.

Su per questa salita nuova ed improvvisata, il nome di un paesino mi ricorda il cognome di un amico. Rido ancora, stavolta solo per i ricordi che ritornano, pensando a quante volte mi abbia detto di essere troppo vecchio per iniziare ad andare in bici. In effetti 45 anni non sono pochi. Così come non lo sono un pacchetto e mezzo di Marlboro al giorno lasciate al mio passato. O l’abbandono del forte soprappeso. O la ritrovata serenità con me stesso, con mia moglie, con il mio corpo.
Ma per lui sono vecchio, e il fatto che stia tremendamente meglio non conta. Ha lui la verità in tasca, la spende come vuole.

Intanto le rampe si fanno dure, e il mio cuore cresce nel petto. L’asfalto mi guarda dritto negli occhi, ma ho ancora la forza per gettare il mio sguardo oltre il tornante, oltre i cespugli, verso il panorama. La fatica non annebbia niente, è solo un modo per corteggiare le piccole soddisfazioni. Come quella, nuova e antica, ma mai uguale, di raggiungere il colle. E pure oggi l’ho raggiunto. La vista si perde nei riflessi del mare e nelle braccia accoglienti dei colli a picco su esso, illuminati da un sole ancora fresco.

Foto con il cellulare, poi la metterò su face. Già vedo i commenti di chi mi vorrebbe seduto su una sdraio a godermi il mare al posto suo, mentre invece sto soltanto perdendo tempo per due stupide ruote.
Luoghi comuni.

Discesa bella, tecnica. Tento di osare in un paio di curve. La prima ok, la seconda meno. Meglio scendere con più calma allora.
C’è chi mi darebbe dell’incosciente, ma penso sia solo vita che ancor scorre nelle arterie non più intasate di colesterolo come un tempo.

Di nuovo sulla statale lungomare, faccio rientro verso l’albergo, in un traffico più generoso di clacson di variegate tonalità.
Salendo le scale verso la camera, di nuovo scalzo e con entrambe le mani occupate, il sapiente di turno incrociato per caso mi chiede:
“Ora una bella flebo come fanno al Tour??”.
E ride. E io pure, tanta è la compassione che mi fa.

Entro in camera silenziosamente. Lei si è appena svegliata.
“Una doccia e scendiamo per la colazione ok?”.
Prima la mia flebo però: un multivitaminico. C’è chi mi darebbe del dopato per questo. Ma mi ritengo soltanto affezionato alla salute. E rimpiango gli anni in cui non me ne curavo.

Una bella colazione, meritata, ma equilibrata. La piccola concessione di un pezzo di dolce in più. Sono le ferie anche per me.
E poi le tranquille chiacchere con i vicini di tavolo.

E poi il mare, ed il giornale da leggere sulla sdraio. Che pace, che vita.
L’attenzione cade su un articolo ben firmato, di un argomento a me caro. Va sempre a finire così. Un signore che si concede di parlare di cose che mai ha vissuto in prima persona. Un signore che giudica con la bilancia dei luoghi comuni.
Ma è così, si sa. Luoghi comuni.
Dispiace solo per gli ignari lettori, sprovvisti di conoscenza in materia al suo pari, che prenderanno quelle parole per verità.

Ed io non sono quel cinquantenne che descrive, ne sono certo. E la maggioranza come me.
Puramente fedele all’unico confronto possibile, quello con me stesso, mi sento solo migliore. Non è mai troppo tardi per una passione, per lo sport. Nella maniera giusta.

E le ortensie le lascio a lui. E pure la passeggiata con un libro, magari proprio di ciclismo. La volta buona che, forse, qualcosa in materia imparerà.

Infine, stanco di leggere, getto via il giornale. Un barista, di chiacchere da bar, ne sente già a sufficienza senza comprare un’autorevole giornale. È arrivata l’ora del bagno. Sono le ferie anche per me.

mercoledì 27 luglio 2011

Trittici verso la Francia: una domenica speciale

Domenica 24 Luglio 2011: Colle della Lombarda, Col de la Bonette, Colle della Maddalena

Sveglia biologica: 3:59. Giusto un minuto prima dell’attacco di puro hair metal che da anni uso come sveglia. Meraviglie del corpo umano.
Giù di corsa, che di tempo non ce ne è molto. Uno yogurt e un caffè. E poco meno di 4 ore di sonno da farsi bastare per il resto della giornata.
Posso partire.

Casa di Ale, e soliti minuti di ritardo. Non cambierà mai, per fortuna. Recuperiamo il tempo perduto in autostrada, raggiungendo comunque in anticipo l’autogrill Versilia Est, luogo di ritrovo con altri trittici. Sosta al bagno e via.
Sosta successiva per un caffè, e abbandono dell’autostrada per volare veloci sulle larghe e perfetti statali della provincia Granda.

Un parcheggio nei pressi di Vinadio si trasforma in nostro campo base. Un incrocio ed un ponte sulla Stura di Demonte nel nostro km zero. Si parte!
In barba alle previsioni del tempo, sembra una bella giornata. Temperatura gradevole, fresca ma non troppo, l’ideale.
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La salita al Colle della Lombarda è molto trafficata nei primi km, a causa dell’intenso traffico di pellegrini intenti a raggiungere il santuario di Sant’Anna. Qui doveva arrivare il giro il giorno del famoso blitz di Sanremo, ma proprio a causa di quello la tappa fu annullata.

Cerco di godermi la salita, nella piacevole compagnia dei compagni trittici. Dopo un inizio tutto tornanti, si fanno posto lunghi rettilinei e pendenze più dolci. Poi una serie di tornanti, rettilineo e altri tornanti. Il paesaggio promette bene.
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Una volta superato il bivio per il santuario, la situazione traffico si fa molto più tranquilla, e possiamo permetterci di vivere la salita nella sua totale larghezza. Qui la vista su quello che ci circonda è fonte di pura soddisfazione e contemplazione. La mente si riempie di pace e gli ultimi km sono una dolce passeggiata nella magia di queste alpi brulle e selvagge.
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Dopo le foto di rito, è l’ora della discesa. Riesco subito a impostare le curve bene, e ciò aggiunge armonia all’armonioso.
In fondo ci aspettiamo tutti, pronti a costeggiare il fiume Tinée per raggiungere St Etienne de Tinée. È un lungo falsopiano, però con pendenze più prossime alla salita vera e propria. Ed è una lunga agonia con un unico vero nemico: il vento. Forte e teso, trasforma questo tratto di fondovalle in una impegnativa lotta contro i km.
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La vera mazzata arriva sulla ciclabile attorno a St Etienne, con uno strappo non durissimo, ma sufficientemente insidioso per farmi piantare. E gli altri come me.
Per fortuna però inizia anche la salita vera e propria, o quasi. Quel che è certo è che i monti riescono a salvarci dal vento, concedendo alle gambe un po’ di tregua.
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Non si può certo dire che i primi km del Col de la Bonette siano i più entusiasmanti del mondo. Pochi tornanti e poco paesaggio che richiama la nostra attenzione.
Prima che la noia si affacci con prepotenza sui nostri pensieri, in località le Pra ci fermiamo a prendere un pezzo di dolce e una lattina di coca. Le mie gambe ringraziano di cuore: un 39x25 trascinato a basse velocità, pur senza faticare, è comunque una fonte di logoramento e di stress per le gambe. Fermandomi si è tutto azzerato.

Si riparte quindi, con qualche caloria in più e rinfrancati nello spirito. Si ride di nuovo.
La montagna sembra ascoltarci, perché inizia un tratto veramente molto bello. Ci sono tornanti, panorami di assoluta bellezza e un sole che tinge ancor più di azzurro un cielo da cartolina.
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Il passaggio da Camp des Fourches è favoloso, e in più d’uno pensiamo che rimettere in sesto una di quelle case non sarebbe male. Sicuramente però si toglierebbe quella magica atmosfera che solo quelle rovine può dare.
I cartelli stradali, con cadenza chilometrica, ci indicano la quota, i km mancanti al gpm e la pendenza media del km successivo. Sono avanti questi francesi!
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Le ultime migliaia di metri che ci separano dal passo sono di una spettacolarità unica. Per quanto poi l’artifizio per ottenere il primato di strada più alta d’Europa sia clamorosamente pacchiano, non si può discutere sulla bellezza di quella lingua d’asfalto che si arrampica nel niente della scura roccia madre. È l’ultimo km, il più duro, il più memorabile.
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Foto e vestiti, poi discesa. Bellissima discesa. Curve da pennellare e bici che scendono sicure per la sinuosa strada verso Jausiers, dove 7 km di fondovalle ci portano all’attacco della terza e ultima salita, il Colle della Maddalena. 17 km di salita molto semplici, per coprire un dislivello di poco superiore ai 600 m.

Come sempre soffro i primi km, poi le gambe iniziano a girare e l’ultimo tratto della salita è un invito immenso a forzare il ritmo. Ma non sono qui per questo. Ci aspettiamo tutti come sempre, e al bivio dopo Larche salutiamo David. Per lui il giro è finito: il campeggio dove è in villeggiatura è a pochi metri. Partito in contemporanea alla nostra uscita dall’autostrada, si è fatto trovare pronto a Vinadio per la partenza.
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Noi 5 proseguiamo e raggiungiamo il colle. Sicuramente il più anonimo della giornata, ma non ci pare il caso di lamentarci di cose così inutili in una giornata totalmente da ricordare.
Ancora foto e vestiti, e poi lunghissima planata verso il parcheggio di Vinadio. Discesa dolce e vento bastardo. Ogni tornante è una sfida all’equilibrio. Ogni rettilineo un ulteriore dazio per raggiungere la meta.
Ma il contakm che si spenge dal nulla mi conferma che la vera meta è già raggiunta, ed ogni numero esistente è tanto vuoto quanto inutile a descrivere empiricamente una giornata così. L’animo è pieno, ed a noi basta questo.

mercoledì 6 luglio 2011

Cuore e testa: Prato-Abetone 2011

La macchina prende la strada verso casa quando i primi del percorso lungo sono già passati. Stanno arrivando quelli un po’ più umani, forse.
La nuova posizione del pasta party impone di risalire circa un km verso l’Abetone, dal versante emiliano, ovvero quanto dista la stazione dell’ovovia dal passo. Mio padre supera agilmente un piccolo gruppetto di reduci del San Pellegrino in Alpe e siamo già nella piazza principale.

Il bar e la sua vetrina bianca di fogli e classiche passa via oltre il mio finestrino. Potrei fermarmi, ma non ne sento il bisogno. Non serve la classifica per convincermi ancora di più: oggi ho vinto io.
Così mi volto e guardo Sara negli occhi. Abbiamo tutti e due una gran voglia di dormire. Giusto due discorsi, poi chiudiamo gli occhi. Tanto c’è “babbo” che guida.

Ah già, prima però tampono l’essudato misto a sangue che esce dal mio mento. Lascio che i ginocchi non urtino e sporchino il sedile anteriore. Fisso i gomiti messi a dura prova e ancora rossi di carne viva in modo da non macchiare i sedili posteriori, la mia maglia e pure quella di Sara.

Adesso si, sono pronto. Posso dormire.



8 ORE PRIMA
La sveglia suona quando mia madre sta entrando in camera per svegliarmi. Giusto un paio di scossoni, per sicurezza. Indosso un paio di pantaloni e scendo velocemente. Yogurt al malto, uno dei miei preferiti, e un bicchier d’acqua. La colazione è già fatta.
Mi svesto e mi rivesto con il completino della squadra, non prima però di essermi sparso un bello strato di crema laddove il mio corpo ha spesso deciso di accumulare i suoi mali. E poi lavata di denti, ultime cose in borsa e via fuori, dove la macchina è già carica. Si può partire.

Era da tempo che mia madre non decideva di venire a vedermi all’Abetone. L’ultima volta fu l’anno della mia crisi spaventosa. Speriamo che vada meglio, stavolta.
Passiamo a prendere Sara da casa. Lei non andrà ad aspettare il mio arrivo, partirà da Prato come me, seppur un po’ prima.

In autostrada i miei discorsi sono cenni ripetuti. Poche parole, stamattina sono teso. Sara se ne accorge e non insiste.
Alla zona della partenza basta gonfiare le bici e mettersi in tasca i rifornimenti e siamo pronti. I miei possono così avviarsi all’Abetone. Mamma farà un po’ di trekking, babbo verrà a passarmi la borraccia fresca nel punto prestabilito. Questa è la Prato-Abetone.

Prime pedalate attorno a una rotonda, e dal niente ci ritroviamo in mezzo alla partenza del percorso cicloturistico, identico all’agonistico con l’unica differenza dell’assenza di classifica. Sara decide di andare con loro e pure io mi aggrego per qualche km, per scaldarmi. Quando è il momento la saluto e sfrutto una rotonda per tornare indietro.

Entro direttamente in griglia senza bisogno di passare dal bagno, o da qualche siepe. Saluto gli amici Carlo e Marco: loro faranno il lungo. A me basta il medio. La vera Prato-Abetone è il medio, e niente me lo toglierà dalla testa nonostante preferisca i lunghi a prescindere.

Partenza caotica come sempre, ma forse un po’ meno del solito. La temperatura è fresca e si sta bene, l’ideale per me. Le gambe invece non sono quelle migliori ma era in preventivo: un po’ la condizione lontana dall’essere quella migliore, un po’ la pessima giornata passata ieri con gran mal di gambe e malessere generale.

Non mi preoccupo più di tanto, magari poi mi sblocco. Così non mi rimane che cercare di arrivare sano e salvo all’inizio della salita delle Piastre, spendendo il meno possibile nell’infinità di rotonde e spartitraffico che troveremo sulla strada. Riesco anche a stare in gruppo meglio del solito, e questo mi tranquillizza.

Si arriva a Pistoia e c’è il solito ingorgo per entrare da una delle porte cittadine. Poi rettilinei e curve, e prime lievi pendenze nella città che ha fatto dei vivai la sua fortuna.

Prime centinai di metri di vera salita: è l’inizio della Porrettana. Solo un accenno però, perché la prima versa salita –le Piastre- dista da qui due km e mezzo. Ormai ci siamo. Nel frattempo lo strappetto finisce e una secca svolta a sinistra ci immette nel preludio alla tangenziale, che però abbandoniamo subito prendendo il primo stretto svincolo in discesa. Siamo così sul vialone delle Piastre. Finalmente la sofferenza è finita.

Prima di iniziare ci vuole un sorso d’acqua: è importante bere poco ma spesso, ci ripetono all’infinito. Lascio la mano dal manubrio e afferro la borraccia.
Ooooohhh, oooohhh, occhioooo!!
I due che mi precedono e le loro ruote posteriori, fra le quali è infilata la mia anteriore, si separano di colpo.
Mi trovo davanti una casacca gialla e blu. Dorsale con numero iniziale 7.
Poi non vedo altro.

L’impatto è violento e vengo sbalzato in aria, la mia bici rimane a terra più indietro. Concludo il mio volo atterrando con il mento. Reagisco istantaneamente alzando la testa per non sfigurarmi il volto, e lascio che a frenarmi sia il resto del corpo.
La testa poi ritorna giù sotto le ruote e le bici di chi mi ha travolto o mi ha semplicemente passato di sopra. Mi proteggo con un braccio. Mi alzo soltanto quando non sento più niente sopra di me.

Continua ad arrivare gente, il gruppo è lungi dall’essere finito, e devo stare attento a non essere investito prima di recuperare la bici. Alcuni stanno ripartendo dopo la caduta, solo uno è nella mia stessa condizione. Mi avvicino alla mia bici confidando nell’attenzione degli altri. La raccolgo e vedo subito che la manopola sinistra è storta come non mai. Il nastrino è strappato ed ho addirittura grattato l’anima del manubrio.

Poi vedo una goccia rossa per terra: è mia. Porto la mano al mento e me la ritrovo insanguinata bene, mentre mi accorgo che dalla faccia è un continuo gocciolare. Ho paura di essermi compromesso il viso. L’altro ciclista però mi rassicura dicendomi che solo il mento è sanguinante, il resto è salvo.

La voglia è quella di ripartire subito ma mi accorgo di aver forato l’anteriore nell’impatto. Maledizione! Velocemente smonto la ruota, saluto il malcapitato che mi ha poco prima rassicurato e chiamo mio padre dicendogli che passerò più tardi a causa dell’intoppo. Cha faccia pure il suo giro. Sara invece meglio non avvertirla, si preoccuperebbe per nulla. Intanto passano due ambulanze: alzo il braccio ma nessuna delle due si ferma. Così alzo il dito medio.

Il rubinetto della bomboletta non riesce ad agganciare la valvola della camera d’aria, e sono nella merda davvero adesso. Grazie a Dio, si fa per dire, un ciclista si ferma e mi offre il suo aiuto. Scopro quindi che è parente di Moser e l’accento sembra dargli ragione. Rimetto tutto a posto nel borsello, e mi accorgo di avere soltanto una borraccia sulla bici. Chissà dove è finita l’altra che avevo in mano? Non lontano, per fortuna, perché per caso la intravedo sul limite del fosso, ai piedi del palo del guardrail.

Finalmente riesco a ripartire, dopo un quarto d’ora. Sento la botta ovunque, soprattutto sul lato sinistro. I gomiti e i ginocchi non sono messi bene, e la spalla e il braccio mi fanno male. Forza Fabio, c’è sempre una prima volta anche per cascare in gara.

Faccio compagnia al signore trentino fino all’attacco della salita. Mi fermo ancora, a sistemare il manubrio storto, ma ci posso fare poco. E poi riparto davvero.

Il tutto si trasforma improvvisamente in rabbia, in voglia di chiudere la questione il prima possibile. Non voglio trascinarmi fino all’arrivo. Voglio fare la mia gara, perché la Parto-Abetone è la mia gara. Se non è contro gli altri sarà contro me stesso stavolta.

I primi 2-3 km dell’impegnativa salita di 8 servono per convincermi di stringere i denti, nonostante le gambe sembrino a pezzi e faccia una fatica bestiale. Intravedo la fila di auto: forse ci siamo, posso ricongiungermi alla coda del gruppo. Ci metto un po’ a sorpassare la lunga processione di macchine.

Ecco l’ambulanza. Si meriterebbero più di qualche parola contro, ma ormai è tardi adesso, non serve più. Così la supero, e faccio lo stesso con il carro scopa. Sono di nuovo dentro.

Sento bene che le gambe sono bloccate, sicuramente migliori rispetto ad inizio salita ma pur sempre le classiche gambe da giornata no. Ma ho testa, e pure cuore. Vado avanti con quelli.
È un continuo sorpasso fino alla vetta, ai 740 metri delle Piastre. C’è un sacco di gente come al solito, anche se molti saranno già andati via ormai. Sento qualche risata, qualche commento. “Dove vorrà andare questo?”, “Pensa di vincere qualcosa?”. Loro non sanno.

Il falsopiano successivo offre respiro alle gambe. Degli altri però, perché io non posso permettermi di riposare e imposto un ritmo attorno ai 50 orari. Riprendo gruppi e mi trascino dietro i più volenterosi, senza chiedere cambi.

La salita di Maresca è sofferenza come ogni volta, evidentemente non fa per me. Fortuna che è breve e che è allietata dalla presenza di un gruppo della mia squadra a bordo strada. Vedono le ferite e mi incitano. A me fa solo bene.

Nella breve discesa non prendo rischi visto il manubrio torto e il fondo ancora umido nelle curve più riparate: un ricordo della pioggia di ieri.
Svolta secca a destra e le pendenze arcigne del muro di Gavinana sono lì ad aspettarmi. Si aggira pure lo spettro di Maramaldo, con la brutta intenzione di infierire su di me, visto che per poco non investo uno sventurato sopraffatto dalla pendenza, che improvvisamente si ferma mettendo piede a terra. Riesco a scartarlo fortunatamente, e termino lo strappo a buona velocità.

Di nuovo prudenza nella discesa verso La Lima, anche se nell’ultimo tratto mi lascio andare maggiormente confidando nella tenuta del malmesso manubrio.

Abetone: 17.5 km. I primi sono facili, nel mezzo pure qualche falsopiano. E sono questi a fare più male, vista l’impossibilità di prendere un ritmo. Supero gruppetti più o meno numerosi lo stesso però, perché è una gara troppo breve per riposarsi. Ed io sono già stato fermo abbastanza.

Dopo il bivio per il Passo Croce Arcana (e gli impianti sciistici della Doganaccia) trovo babbo seduto sul muretto, visibilmente in ansia per vedermi in che stato sono dopo la caduta. Gli dico che è tutto ok, e che non mi fermo per evitare problemi per ripartire. Tanto ci vediamo all’arrivo. Neppure la borraccia prendo, mi faccio bastare quella che ho.

E così inizia la salita vera, quando mancano 13 km al passo. Cerco di gestire le energie che ho, ed è uno sforzo non indifferente, visto che le gambe vorrebbero andare più piano e il cuore più forte. La mente fa da mediatrice.

Uno, due tornanti, e poi ancora sole e ombra, rettilinei e curve continue, salgo bene. Al limite della crisi più volte, e più volte mi sono urlato contro di non mollare. Non adesso che manca così poco, non sul mio terreno, non oggi.

È uno strappare linfa vitale dal mio corpo e al tempo stesso un’esplosione di rabbia e determinazione. Erano anni che non riuscivo ad andare oltre in questa maniera. Forse ci voleva. Perché nonostante la spalla faccia male, non riesco a smettere di tirare quel manubrio strappato e storto, e di spingere su e giù quei ginocchi non più lisci e abbronzati come fino a poco prima.

La mia lotta. Contro tutti. Pure contro l’automobilista che mi suona solo perché mi permetto di sorpassare un altro ciclista e lui ha 7 metri anziché 8 per passarmi con la sua utilitaria. Mi offende dal finestrino, rispondo per le rime mentre mi supera. La coda gli impone però di rifermarsi, e mentre a mia volta lo ripasso non riesco a fare a meno di dirgli “Non lo vedi che vado più forte io... cretino”.

Ultimi due km in volata, a lottare contro il tempo, contro me stesso e contro quelle gambe che iniziano davvero a esplodere, tanto fanno male. Sento un “vai Fabio” proveniente da un punto indefinito: è mamma, ma non so dov’è.



Piazza dell’Abetone, tappeto colorato, arco superato. Io sono arrivato, ed ho vinto. Se per molti non è niente di che o una cosa normalissima, per me è una grande soddisfazione aver fatto una gara del genere, in rimonta solitaria, dopo la caduta. Non mi era mai successo di cadere in gara, ed avevo sempre pensato a come diavolo fanno i professionisti ad alzarsi e ripartire. Adesso lo so. Non fanno male le ferite col numero sulla schiena, fa male soltanto rimanere vittime dei propri dolori e paure.

Il contakm segna 2h44’ puliti: è praticamente il mio record per questa gara. Certo, per il cronometraggio ufficiale ho 15’ in più, ma io so come è andata veramente. Un risultato inimmaginabile alla vigilia, vista la forma e le gambe non reattive. Un risultato figlio soltanto della voglia di lottare e di una testa e di un cuore che, oggi come non mai, sono andati oltre il possibile.

Trovo Federico, compagno di squadra, lui si che va forte. 2h35’, e pensava di andare piano. Bravo Fede, ma adesso devo cercare la mi mamma, La trovo, e vuol vedere subito le ferite. Poi mi dice di aver fatto un video, molto breve.

Poi arriva anche Sara, un po’ preoccupata, e pure babbo. Andiamo all’ambulanza, dove dimentico il rancore precedente e mi faccio medicare. Per fortuna il viso è salvo, tranne il mento, ed è la cosa che più mi preme.

Col sorriso sulle labbra, gonfie dall’impatto, possiamo anche andare a cambiarci e ristorarci al pasta party. Poi un giro in vetta al Monte Gomito. Con l’ovovia però: oggi di salita ne ho già fatta abbastanza.






Non resta che andare a casa, magari schiacciando un pisolino. Ho proprio un gran sonno adesso. E le prime croste iniziano a tirare. Il difficile inizia adesso!

lunedì 9 maggio 2011

Prima che il sole anneghi nel mare



Si fa parecchia fatica a rimandare indietro quelle lacrime che sembrano non poter aspettare un secondo di più. Questione di orgoglio inutile, oppure di forza, oppure di uno dei tanti misteri che avvolgono il comportamento dell’uomo. Un mistero come quel continuo illudersi, quell’ossessivo far tacere la malinconica voce che dal profondo sale e nel profondo ti getta.

L’animo è fatto di consapevolezze e speranze, in un continuo equilibrio per non cadere nelle maglie dell’illusione o della disperazione.
Il ciclismo è invece fatto di un traguardo, di una strada e di uomini. Uomini consapevoli dei propri rischi e credenti alla fede delle loro speranze. Laggiù lontano, e poi vicino, il traguardo è la meta unica, il singolo pensiero al quale questi uomini per qualche ora devono credere.

E il traguardo arriva sempre, prima o poi. O quasi. Ecco che un’illusione poetica penetra fra le corde sottili del mio volere, ma invana. La cruda realtà spinge ad ammettere che il traguardo non sempre arriva per tutti. Così beffardamente cruda, la realtà, da chiudere per sempre gli occhi da chi per un attimo, una misera frazione di secondo, ha perso di vista la strada del traguardo per guardare velocemente quella appena percorsa.

Sono solo metri quelli messi alle spalle dopo ogni pedalate. Le emozioni arrivano dopo, in quegli uomini. Noi invece, che dalla tv chiediamo istantanee emozioni senza prezzo, ci siamo accorti subito che il nostro cuore per un attimo si è fermato. Mentre quello di un altro uomo si fermava per sempre. Senza poter volgere di nuovo lo sguardo verso l’orizzonte, oggi verso il mare, per sempre verso il traguardo.

Bastarda verità, non basta per capire. Non basterà mai per spiegare le ragioni di un cielo, se questo esiste. Né potrà mai essere sufficiente la certezza di aver fatto il possibile. Perché per questi traguardi da raggiungere, non è necessario morire, ma solo sperare e sudare. Così come deve essere ammessa la possibilità di guardare un secondo indietro, senza pensare ai voleri del destino.

Ma esisterà davvero il destino? Nascono dubbi strazianti pensando che un anno fa, in un'altra terra, quello stesso momento quel dannato traguardo fu lui a tagliarlo per primo. Ancora a due passi dal mare. Dove il vento accarezza le fronde o schiaffeggia i rami più forti. Dove tutto è fatto di indefinite figure prendere forma nell’orizzonte. Dove il tramonto arriverà anche stasera, su quella strada dove un traguardo assassino non ci sarà già più. Perché l’animo di un uomo, consapevole di se, ha lasciato le sue speranze nel verde braccio della morte di una valle che sa di mare.

Puoi ancora voltarti in avanti Wou, continua a pedalare. Mentre io liberamente voglio ancora illudermi che quel traguardo che non c’è tu lo possa ancora tagliare. Prima che il sole anneghi nel mare.