La mattina è umida e stranamente calda per
essere il primo Maggio. È una di quelle mattine in cui già dalla prima
pedalata capisco che avrò da soffrire parecchio, ma l'obbiettivo è
troppo forte nella mente per essere abbandonato alla controvoglia delle gambe.
Il Monte Pidocchina è una di quelle mete che guardo da tempo sulla
cartina. Anni. Rimando dopo rimando, sono giunto a questo primo Maggio,
di certo non di festa per le mie gambe. Cerco di rilassarmi raggiungendo
Montecatini, dove attacco la prima asperità di Vico: 2,5 km giusto per
scaldarsi. Poi breve discesa e poi la sempre temibile salita di Avaglio.
I dubbi sulla condizione vengono fugati inappelabilmente qui, e la
sentenza dice che oggi non è affatto giornata. C'è qualcosa che non va.
Probabilmente un'influenza senza febbre che si manifesta solo
subdolamente.
Il bello, si fa per dire, di queste giornate è il
“giochino dei rapporti”, come a me piace chiamarlo. So bene che dopo
poco l'inizio della salita sarò già a corto di rapporti, e inizia quella
micidiale partita (che il ciclista perde sempre!) contro la bici, in
cui tenersi un “dente” di riserva non porta mai ai risultati sperati... e
alla fine manca sempre!
Conosco la salita, e la domo con
l'esperienza. Poi il falsopiano di Prunetta, la discesa verso la valle
del Reno, ed infine l'arrivo a Pracchia. Qui ha inizio il Monte
Pidocchina, una salita di 7 km con pendenza media che sfiora il 10%. In
cima, sono quasi 1300 m sul livello del mare.
L'avvio è subito
tosto, e l'asfalto umido, sporco ed estremamente rovinato non aiutano.
Inizia poi una serie di rettilenei spaccagambe, dove il garmin raramente
segna una pendenza a singola cifra. Evito di guardare la velocità, per
non deprimermi. Le spalle fanno un balletto brutto a vedersi, come se
poi aiutassero un po'... macché! Per fortuna, via via il paesaggio
spunta fra la vegetazione, così come quell'inebriante odore di resina
che per me è quasi una droga. Vuol dire montagna, vuol dire solitudine,
vuol dire riempirsi i polmoni di purezza e i sensi di tranquillità.
Per fortuna la cima arriva, e la mia maschera di sudore accenna una risata: è fatta!
Qualche foto, e poi la discesa a passo dìuomo viste le condizioni.
E poi, per tornare al masochismo degli scalatori, invece che tornare
diretti verso casa... altre salite! Prima il Passo dell'Oppio, poi le
Rampe di Casa di Monte. E poi a casa! 146 km, 2600 e passa metri di
dislivello, un mal di gambe da morire e tanta soddisfazione! Viva la
bici... e la salita!
Le foto: https://picasaweb.google.com/101162847257443478317/MontePidocchina?authuser=0&feat=directlink
giovedì 2 maggio 2013
martedì 23 aprile 2013
Il bello della bici
A
sorpresa, mi si liberano due ore in pausa pranzo... sono lesso, perchè
la terra è bassa, ma il richiamo del Serra è più forte del riposo.
Mentre vado, penso alle mie gambe di legno, alla forma lontana, ai bei tempi in cui non sentivo la catena in salita e di quanto sia ora difficile essere "quello di prima"...
Ma appena la salita inizia, come una forza più forte di me, inizio a sperare che qualcuno mi superi, per approcciare un scontro a viso aperto... una speranza sempre avuta, rarissimamente avverata.
E invece oggi è successo... un ragazzo mi supera forte! Mi obbligo a lasciarlo andare, di continuare tranquillo del mio passo... se ne va, è avanti di 15 metri... niente, non ce la faccio, devo andargli dietro! E quella musica della catena che scende un paio di denti, la danza sui pedali e l'ossigeno sempre al limite mi travolge e mi trasforma... È lui il più forte, oggi, e gioco in difesa. Cambi di ritmo, ma non cedo rimanendo aggrappato a un filo sempre più esile... L'ultimo suo scatto ai 24 all'ora è una coltellata su tutte le gambe, ma mordo grinta e strada: lui non mi staccherà! E non mi ha staccato...
Amo la bici per questa sua crudeltà. La amo perchè riesce a cambiare tutto con niente. Ma soprattutto perchè mi rende felice di essere più debole di altri, dandomi gli stimoli per poter essere più forte. Amo la bici perchè, tutte le volte, mi ricorda maledettamente la vita: la sfida infinita fra l'essere forte o debole, dove spesso è il debole che sa essere più forte.
Mentre vado, penso alle mie gambe di legno, alla forma lontana, ai bei tempi in cui non sentivo la catena in salita e di quanto sia ora difficile essere "quello di prima"...
Ma appena la salita inizia, come una forza più forte di me, inizio a sperare che qualcuno mi superi, per approcciare un scontro a viso aperto... una speranza sempre avuta, rarissimamente avverata.
E invece oggi è successo... un ragazzo mi supera forte! Mi obbligo a lasciarlo andare, di continuare tranquillo del mio passo... se ne va, è avanti di 15 metri... niente, non ce la faccio, devo andargli dietro! E quella musica della catena che scende un paio di denti, la danza sui pedali e l'ossigeno sempre al limite mi travolge e mi trasforma... È lui il più forte, oggi, e gioco in difesa. Cambi di ritmo, ma non cedo rimanendo aggrappato a un filo sempre più esile... L'ultimo suo scatto ai 24 all'ora è una coltellata su tutte le gambe, ma mordo grinta e strada: lui non mi staccherà! E non mi ha staccato...
Amo la bici per questa sua crudeltà. La amo perchè riesce a cambiare tutto con niente. Ma soprattutto perchè mi rende felice di essere più debole di altri, dandomi gli stimoli per poter essere più forte. Amo la bici perchè, tutte le volte, mi ricorda maledettamente la vita: la sfida infinita fra l'essere forte o debole, dove spesso è il debole che sa essere più forte.
giovedì 21 marzo 2013
Tutto diceva di NO. Fiamme in gola, fiumi dal
naso, e qualche linea di troppo sul termometro... ma era più forte la
voglia di uscire, di pedalare, di usare questo bellissimo e raro sole
per ritrovare la propria dimensione. Non una macchina, ne altro: solo io e la salita... Il fiato che graffia in gola è l'unico suono muto spiacevole.
Il ciclismo è fatto di tanti ciclismi... dove ognuno si crea il suo per poter essere se stesso. Il mio è semplice: salita e solitudine, sperso fra i monti. Perchè quando la strada sale siamo tutti soli, e mai come scalando vette, la solitudine è la mia forza.
Il ciclismo è fatto di tanti ciclismi... dove ognuno si crea il suo per poter essere se stesso. Il mio è semplice: salita e solitudine, sperso fra i monti. Perchè quando la strada sale siamo tutti soli, e mai come scalando vette, la solitudine è la mia forza.
giovedì 28 febbraio 2013
Articolo scritto per il periodico "Pieghe d'Arno"
"La polvere si
solleva, e come una nuvola di primavera svanisce nel tempo in cui si
forma. Piccoli sassi schizzano poco più in là, senza nulla muovere. Le
ruote continuano a girare, leggere e veloci, fregandosene del
cronometro. Non è un giro in bici come tanti, ma un viaggio nel tempo,
attraverso luoghi in cui sembra quasi essersi fermato, fra continui
saliscendi che ben presto stancano le gambe. Viale delle Pianore, una
strada bianca perfetta e spettacolare nel passaggio dal viale di
cipressi di fronte al villino di caccia appartenuto un tempo ai Medici.
No, non è il Chianti, sono le Cerbaie.
Colline che sembrano nascondersi dalla fretta di tutti i giorni, in cui continua a vivere l’orgoglio di un’epoca ormai lontana, scandita dal suono delle campane e dai lavori nei campi e nelle prode. Colline di cui in pochi, magari anche del posto, conoscono l’esistenza.
A Staffoli è una nuvolosa domenica di Settembre, e non si capisce cosa abbia intenzione di fare il cielo. Il Giro delle Cerbaie è alla seconda edizione, e a fronte dei 140 cicloturisti dell’esordio, stavolta sono 230 a partire alla scoperta di queste zone un po’ dimenticate, un po’ ignorate.
Le strade, già da subito, sono quelle avare di pianura che con il loro incessante scendere o salire caratterizzano questo angolo di Toscana. E sono anche strade storiche, prestigiose. La via Francigena con il suo tracciato secolare è qui a due passi, all’ombra dei boschi che ombreggiano i celebri “vallini” scavati da torrenti tanto piccoli quanto impetuosi dopo le pioggie.
I borghi di Massarella e Torre sono un passaggio obbligato, e sulle loro rampe qualcuno già non trova più rapporti da scalare. Per fortuna arriva un po’ di pianura, prima di affrontare le scenografiche strade delle colline di Cerreto Guidi. Non sono più le Cerbaie qui, ma lo scopo è divertire, vedere sempre posti nuovi, mai stancare con i soliti percorsi. Ciclo-Turismo, in una parola.
Dopo Cerreto Guidi, le ruote girano svelte verso le colline di San Miniato, per regalare agli occhi dei ciclisti alcune perle di rara bellezza come il passaggio dal borgo di Castelnuovo d’Elsa e di Coiano, le deserte strade di Corrazzano e le cattive salite che qui si celano fra i boschi. Da una parte la dolcezza del paesaggio, dall’altra la crudeltà dei “muri” di Montebicchieri e Moriolo, per toccare poi l’apice della malvagità con la temibile Via dell’Inferno, a Montopoli. Un nome, un programma.
Può sembrare strano per molti, ma l’animo del ciclista vive di queste sfide. E più accidenti e santi chiamati in causa vengono sospirati durante questi sforzi, più la soddisfazione dei pedalatori cresce una volta scesi dalle bici. Lo racconteranno ad amici e parenti, e sarà l’ennesima esperienza da ricordare per molto tempo.
Abbandonate queste colline, è di nuovo la volta delle Cerbaie, stavolta in zona Santa Maria a Monte. Il “muro” del Prataccio attende perfido le gambe ormai stanche dei ciclisti, e con le sue pendenze a doppia cifra e il tratto sterrato a metà ascesa è già un totem del Giro delle Cerbaie. Così come la strada bianca delle Pianore, il viale di Cipressi del borgo di Montefalcone e le vedute spettacolari sul Valdarno che si aprono fra le siepi di bosso della villa di Poggio Adorno.
Chi percorre queste strade per la prima volta non può che rimanere stupito dalla varietà di bellezze che questo territorio offre, e non può che ritrovarsi senza fiato quando, a sorpresa, a una manciata di pedalate dall’arrivo il “Muro dei Be’ini” richiama ad un ultimo improvviso sforzo. Il centro Avis è vicino ormai, e il lauto pasta party sapientemente preparato dalle mani di chi da anni cucina per la sagra della pappardella alla lepre saprà senza dubbio ripagare dei tanti sforzi.
Il Giro delle Cerbaie termina qui, laddove è anche iniziato. Sui tavoli piatti e bottiglie vanno e vengono, accompagnati dal vociare di chi deve assolutamente ripercorrere il percorso anche a parole. La soddisfazione è stampata sui volti, l’obbiettivo è centrato: far divertire e far conoscere le Cerbaie. Un evento che il Comune di Santa Croce sull’Arno ha deciso di patrocinare dall’esordio, condividendone fini e principi, e che nel 2013 si appresta a fare il definitivo salto di qualità. Tante le novità allo studio: un percorso che avrà alcuni passaggi più unici che rari, la collaborazione con i comuni e alcune associazioni, ma soprattutto l’ambizione a creare una giornata per la promozione delle Cerbaie a 360°. L’appuntamento è per il 22 Settembre. Lasciatevi stupire."
No, non è il Chianti, sono le Cerbaie.
Colline che sembrano nascondersi dalla fretta di tutti i giorni, in cui continua a vivere l’orgoglio di un’epoca ormai lontana, scandita dal suono delle campane e dai lavori nei campi e nelle prode. Colline di cui in pochi, magari anche del posto, conoscono l’esistenza.
A Staffoli è una nuvolosa domenica di Settembre, e non si capisce cosa abbia intenzione di fare il cielo. Il Giro delle Cerbaie è alla seconda edizione, e a fronte dei 140 cicloturisti dell’esordio, stavolta sono 230 a partire alla scoperta di queste zone un po’ dimenticate, un po’ ignorate.
Le strade, già da subito, sono quelle avare di pianura che con il loro incessante scendere o salire caratterizzano questo angolo di Toscana. E sono anche strade storiche, prestigiose. La via Francigena con il suo tracciato secolare è qui a due passi, all’ombra dei boschi che ombreggiano i celebri “vallini” scavati da torrenti tanto piccoli quanto impetuosi dopo le pioggie.
I borghi di Massarella e Torre sono un passaggio obbligato, e sulle loro rampe qualcuno già non trova più rapporti da scalare. Per fortuna arriva un po’ di pianura, prima di affrontare le scenografiche strade delle colline di Cerreto Guidi. Non sono più le Cerbaie qui, ma lo scopo è divertire, vedere sempre posti nuovi, mai stancare con i soliti percorsi. Ciclo-Turismo, in una parola.
Dopo Cerreto Guidi, le ruote girano svelte verso le colline di San Miniato, per regalare agli occhi dei ciclisti alcune perle di rara bellezza come il passaggio dal borgo di Castelnuovo d’Elsa e di Coiano, le deserte strade di Corrazzano e le cattive salite che qui si celano fra i boschi. Da una parte la dolcezza del paesaggio, dall’altra la crudeltà dei “muri” di Montebicchieri e Moriolo, per toccare poi l’apice della malvagità con la temibile Via dell’Inferno, a Montopoli. Un nome, un programma.
Può sembrare strano per molti, ma l’animo del ciclista vive di queste sfide. E più accidenti e santi chiamati in causa vengono sospirati durante questi sforzi, più la soddisfazione dei pedalatori cresce una volta scesi dalle bici. Lo racconteranno ad amici e parenti, e sarà l’ennesima esperienza da ricordare per molto tempo.
Abbandonate queste colline, è di nuovo la volta delle Cerbaie, stavolta in zona Santa Maria a Monte. Il “muro” del Prataccio attende perfido le gambe ormai stanche dei ciclisti, e con le sue pendenze a doppia cifra e il tratto sterrato a metà ascesa è già un totem del Giro delle Cerbaie. Così come la strada bianca delle Pianore, il viale di Cipressi del borgo di Montefalcone e le vedute spettacolari sul Valdarno che si aprono fra le siepi di bosso della villa di Poggio Adorno.
Chi percorre queste strade per la prima volta non può che rimanere stupito dalla varietà di bellezze che questo territorio offre, e non può che ritrovarsi senza fiato quando, a sorpresa, a una manciata di pedalate dall’arrivo il “Muro dei Be’ini” richiama ad un ultimo improvviso sforzo. Il centro Avis è vicino ormai, e il lauto pasta party sapientemente preparato dalle mani di chi da anni cucina per la sagra della pappardella alla lepre saprà senza dubbio ripagare dei tanti sforzi.
Il Giro delle Cerbaie termina qui, laddove è anche iniziato. Sui tavoli piatti e bottiglie vanno e vengono, accompagnati dal vociare di chi deve assolutamente ripercorrere il percorso anche a parole. La soddisfazione è stampata sui volti, l’obbiettivo è centrato: far divertire e far conoscere le Cerbaie. Un evento che il Comune di Santa Croce sull’Arno ha deciso di patrocinare dall’esordio, condividendone fini e principi, e che nel 2013 si appresta a fare il definitivo salto di qualità. Tante le novità allo studio: un percorso che avrà alcuni passaggi più unici che rari, la collaborazione con i comuni e alcune associazioni, ma soprattutto l’ambizione a creare una giornata per la promozione delle Cerbaie a 360°. L’appuntamento è per il 22 Settembre. Lasciatevi stupire."
martedì 29 maggio 2012
C’erano una volta gli attacchi da lontano... Riflessioni sull'influenza degli allenamenti sul modo di correre
C’erano una volta gli attacchi da lontano. C’erano una volta gli scatti.
Facile cadere nelle provocazioni delle farmacie che han chiuso i battenti, delle fatiche faraoniche, dei riposi sempre più brevi e del livello sempre più alto. Facilissimo dire che il ciclismo non è più quello di una volta, anche se questo è vero.
Il Giro d’Italia è già alle spalle, e a malincuore siamo costretti ad ammettere che non ci mancherà molto. Stanchi del solito e noioso copione riproposto ogni giorno dagli stessi attori. Stesse frasi. Medesima mimica. Stessa paura di improvvisare. Di caratteristi neanche l’ombra. O forse si, in quell’ammiraglia così vistosa di giallo fluorescente, e così rumorosa per quell’animo tutto cuore di Luca Scinto?
Già, il cuore. Quel cuore a dare i tempi i dell’attacco, o le emozioni da convertire in fatiche, o a generare quella grinta che copre ogni paura, soprattutto quella di perdere. E là rimaneva solo la voglia di vincere, di sbancare la corsa, di stupire. Quel cuore sembra essersi perso per strada, forse insieme al sudore versato fra un tornante e l’altro. Eppure il cuore del ciclista c’è ancora, si è solo trasformato. Prima in un numero a tre cifre da leggere sul munubrio, per capire quanto ancora ne rimaneva. E poi ridimensionato, lasciando spazio alla forza della fisica applicata: benvenuti ai Watt.
Quanto siano cambiate le metodologie d’allenamento nel mondo del ciclismo lo sanno solo gli addetti ai lavori, ma è proprio verso questa nuova scienza che vorrei indirizzare per un attimo la riflessione. Se l’allenamento è alla base della prestazione, è sensato ipotizzare la diretta influenza delle metodologie d’allenamento sull’impostazione delle gare degli atleti di oggi. L’ingresso del Powermeter, il misuratore di potenza, nel mondo delle due ruote ha letteralmente rivoluzionato gran parte della letteratura sul tema. Accertati i limiti ed i punti deboli dell’allenamento mediante cardiofrequenzimetrio si è investito molto sulla ricerca di una metodologia più sicura e dai risultati migliori: la potenza. Non è stato difficile ottenere già da subito ottimi risultati sugli atleti su cui le nuove tecniche sono state testate.
La grande differenza fra il cardiofrequenzimetro e il misuratore di potenza è che il primo è quanto mai sensibile alla variabilità quotidiana della frequenza cardiaca, influenzata da un numero di variabili estremamente ampio (temperatura, umidità, condizioni di salute, stress, ecc). Inoltre, con il cuore è praticamente impossibile allenare empiricamente gli sforzi di brevi durata, vista la risposta non istantanea dell’organo alla fatica. Infatti, con il cardiofrequenzimetro non si fa altro che misurare la risposta del corpo alla fatica, mentre con il misuratore di potenza si misura direttamente la potenza impressa sui pedali dall’atleta. Un altro mondo, in pratica. E nuove frontiere.
Così, tutto si è trasformato in numeri, in grafici, in fisica e matematica. Ad ogni livello di potenza corrisponde un tempo limite in cui poterla applicare. Ogni sprint è un wattaggio sempre più alto da raggiungere. Con “CP20” ad esempio si indica la potenza critica (Critical Power) che si riesce ad erogare per 20 minuti. E poi una serie interminabile di dati e statistiche indicate con le sigle più svariate.
Attraverso tutto questo, si allenano i ciclisti di oggi. Ed è qui che la riflessione vuole arrivare, perché se, come già detto, l’allenamento è alla base della prestazione, si può ipotizzare la diretta influenza (negativa) di queste metodologie d’allenamento sul modo di correre dei top rider di oggi. Tutto è quantificato in minuti e Watt. Ogni allenamento è una ripetizione rigida di numeri impostata sui propri limiti. Non c’è più spazio per studiare le proprie sensazioni, di provare ad ascoltare il cuore al posto dei numeri. C’è la paura, o forse la frustrazione, sicuramente lo smarrimento di quella sfida necessaria a vincere se stessi prima degli altri. Tutto rimane confinato fra due muri alti come i limiti che i numeri ti impongono, e che il cuore vorrebbe abbattere. Ma del cuore, ancora, rimane soltanto una cifra più piccola sullo schermo al centro del manubrio.
Ed è allora così facile rivedere mentalmente le immagini di una qualsiasi tappa di montagna dell’ultimo Giro. Perfetti su quelle bici addolcite nelle forme. Il fiato sussurrato da nascondere all’avversario. Lo sguardo a far la spola tra la strada e il computerino con i Watt in bella vista sul manubrio. Sempre a sedere e raramente in piedi. La voglia di stupire come una pesante valigia affidata ai giornalisti prima di partire. La grinta celata in gola, e l’attesa diffusa negli occhi. Lucidi di sudore, grondanti di fatica e terrore di scoppiare, con quelle gocce silenziose a scrivere sull’asfalto la traettoria sbiadita dell’ennesima sfida alla gravità.
C’erano una volta gli attacchi da lontano. C’erano una volta gli scatti.
mercoledì 28 dicembre 2011
Il profumo del gigante buono
Per farsi un’idea di quel che sia il Lautaret basta vedere l’altimetria. Per immaginarsi il resto basta aver visto qualche volta il Tour. Un’autostrada immensa, lievemente pendente, che attraversa una valle più o meno verde a seconda dei capricci delle nuvole. Di certo oggi le nuvole andrebbero cercate a lungo, ma il verde è piuttosto vivo di un fieno ancora lontano dall’essere messo in cascina.
La giornata è splendida e per essere il mattino in una cittadina di montagna è fin troppo caldo. Attraversiamo le strade urbane di Briancon e le splende rotonde tutte curate nei minimi dettagli. Tanti riferimenti ciclistici, ma anche dello sci. Mi troverei bene, sportivamente parlando, in queste terre.
Con le brioches ancora nello stomaco, la lentezza dei primi km è senza dubbio ben accetta. La lunga autostrada del Lautaret è già iniziata, ed il pedaggio si paga in natura con la noia. Sarà infinito. Anche se, a dirla tutta, le montagne qui attorno sono proprio meravigliose... e questa immensa strada è un po’ meno immensa di quanto pensassi. Chiariamo: è si immensa, ma non c’è quel caos che involontariamente, da buon italiano, mi ero immaginato. Non ci sono clacson a scandire come un tango la scalata, ne motociclisti appena usciti da Misano. È tutto così tranquillo...
Così, fra uno sguardo lanciato intorno, due chiacchere e un paio di pensieri, la strada passa più velocemente di quanto pensassi. La pendenza è così dolce da non stancare, le gambe girano che è un piacere e metro dopo metro mi accorgo di non annoiarmi. Mi godo il lento avvicinarsi di quote più ambite, la meravigliosa cornice delle alpi che sembrano tutte lì per me. E poi ecco anche arrivare quella leggera brezza di mattino e di alti prati, con quel suo profumo che soltanto chi l’ha sentito, almeno per una volta, può capire.
Mario, il capitano, ha praticamente scandito il passo per tutto questo primo tratto. Cerco di ricambiare con un paio di foto. Vengono male.
Le larghissime curve che precedono il Col de Lautaret arrivano quasi a sorpresa, ed allora inutile fare troppo foto: ci sbizzarriamo sul colle! Infatti ne facciamo diverse, chiamando ad unirsi anche un amico di Pistoia trovato durante la scalata.


Con altri 8 km si guadagna il Galibier, e non siamo certo qui per risparmiarsi. Il sole bacia i prati e la pelle appena lucida di sudore, mentre il vento d’alta quota si sveglia per acconpagnarci sino in vetta. La montagna, aspra ma benevola, ci protegge riparandoci un po’. E poi le scritte sull’asfalto parlano di una storia e di ruote impresse nella leggenda. Nell’aria ancora quel profumo e nel vento le voci parlano di mezza Europa che si ritrova e si unisce scalando un gigante buono.





È come magia, e nella magia mi lascio trasportare. Fianco a fianco col capitano, maestro di bici e di emozioni da imparare a cogliere pedalando, raggiungiamo il minuscolo spazio in vetta. Non c’è niente, ma c’è tutto per chi sa leggere istanti e sensazioni svincolate dal tempo e dallo spazio.



Ancora io e il capitano, mai stanchi di salite, decidiamo allora di scendere dalla parte opposta, di arrivare fino al Telegraphe e poi di ritornare indietro scalando così pure l’altro versante di questo dolcissimo gigante buono.
In discesa mi diverto parecchio nonostante il traffico, ma senza mai andare troppo oltre. In fondo alla discesa, a Valloire, riponiamo gli smanicati nell’ammiraglia personale a nostro seguito, guidata da Maurizio e Mariolino. E iniziamo il Telegraphe, per marcare visita ad un altro colle. Per non aver rimpianti.

Con ancora negli occhi il Galibier, ci sembra tutto monotono e terribilmente breve. In un attimo siamo in cima e pronti a ridiscendere verso Valliore.
E poi via, di nuovo in marcia verso gli over 2600 metri.
I primi km sono un lunghissimo, assolato, caldissimo e impegnativo rettilineo. Si susseguono case e casette, e sullo sfondo c’è la nostra vetta ad attenderci. Mario è un po’ in crisi, mi dice “vai!”, ma dove vado? Lo aspetto, non è una gara e la compagnia fa sempre bene per superare alcuni momenti. I rettilinei del resto finiranno prima o poi, e quando lo faranno non sarà altro che un piacere.







Inizio a star male anche io a dir la verità: una strana nausea. Chiedo un po’ di coca all’ammiraglia e tutto passa. Passa anche quel maledetto rettilineo e siamo nel cuore della salita. Ritorna il profumo di prati, la quiete della montagna e i suoi occhi invsibili su di noi, e la bellissima sensazione di essere niente in quel mare di rocce, erba, neve e cielo. Soltanto viaggiatori fortunati.





È pure caldo, ed a queste quote è un piacere. Ci godiamo tutto, e le foto a valanghe sono il tentativo di colmare i buchi della memoria che il tempo scaverà. Ma non nelle emozioni. Una salita magnifica, spettacolare e imperdibile. Esigente ed accogliente, non deve assolutamente mancare nel palmares di chiunque sappia amare questo sport.
Nella stretta di mani, poi alzate verso il cielo negli ultimi metri di una scalata memorabile, c’è tutto di quanto il ciclismo possa insegnare. E far vivere.

Il cielo è ancora perfetto, il profumo ancora intenso e il vento ancora vivo. Si può chiedere altro?
Di certo sappiamo che che quell’autostrada di montagna ci aspetta con i favori della gravità e con le noie di un assicurato vento contrario. Sarà bello anche quello però. Oggi sono in grado di non odiare il vento contro. Oggi è una favola, il resto non conta. Vorrei solo continuare a guardare tutto da quassù...
La giornata è splendida e per essere il mattino in una cittadina di montagna è fin troppo caldo. Attraversiamo le strade urbane di Briancon e le splende rotonde tutte curate nei minimi dettagli. Tanti riferimenti ciclistici, ma anche dello sci. Mi troverei bene, sportivamente parlando, in queste terre.
Con le brioches ancora nello stomaco, la lentezza dei primi km è senza dubbio ben accetta. La lunga autostrada del Lautaret è già iniziata, ed il pedaggio si paga in natura con la noia. Sarà infinito. Anche se, a dirla tutta, le montagne qui attorno sono proprio meravigliose... e questa immensa strada è un po’ meno immensa di quanto pensassi. Chiariamo: è si immensa, ma non c’è quel caos che involontariamente, da buon italiano, mi ero immaginato. Non ci sono clacson a scandire come un tango la scalata, ne motociclisti appena usciti da Misano. È tutto così tranquillo...
Così, fra uno sguardo lanciato intorno, due chiacchere e un paio di pensieri, la strada passa più velocemente di quanto pensassi. La pendenza è così dolce da non stancare, le gambe girano che è un piacere e metro dopo metro mi accorgo di non annoiarmi. Mi godo il lento avvicinarsi di quote più ambite, la meravigliosa cornice delle alpi che sembrano tutte lì per me. E poi ecco anche arrivare quella leggera brezza di mattino e di alti prati, con quel suo profumo che soltanto chi l’ha sentito, almeno per una volta, può capire.
Mario, il capitano, ha praticamente scandito il passo per tutto questo primo tratto. Cerco di ricambiare con un paio di foto. Vengono male.
Le larghissime curve che precedono il Col de Lautaret arrivano quasi a sorpresa, ed allora inutile fare troppo foto: ci sbizzarriamo sul colle! Infatti ne facciamo diverse, chiamando ad unirsi anche un amico di Pistoia trovato durante la scalata.
Con altri 8 km si guadagna il Galibier, e non siamo certo qui per risparmiarsi. Il sole bacia i prati e la pelle appena lucida di sudore, mentre il vento d’alta quota si sveglia per acconpagnarci sino in vetta. La montagna, aspra ma benevola, ci protegge riparandoci un po’. E poi le scritte sull’asfalto parlano di una storia e di ruote impresse nella leggenda. Nell’aria ancora quel profumo e nel vento le voci parlano di mezza Europa che si ritrova e si unisce scalando un gigante buono.
È come magia, e nella magia mi lascio trasportare. Fianco a fianco col capitano, maestro di bici e di emozioni da imparare a cogliere pedalando, raggiungiamo il minuscolo spazio in vetta. Non c’è niente, ma c’è tutto per chi sa leggere istanti e sensazioni svincolate dal tempo e dallo spazio.
Ancora io e il capitano, mai stanchi di salite, decidiamo allora di scendere dalla parte opposta, di arrivare fino al Telegraphe e poi di ritornare indietro scalando così pure l’altro versante di questo dolcissimo gigante buono.
In discesa mi diverto parecchio nonostante il traffico, ma senza mai andare troppo oltre. In fondo alla discesa, a Valloire, riponiamo gli smanicati nell’ammiraglia personale a nostro seguito, guidata da Maurizio e Mariolino. E iniziamo il Telegraphe, per marcare visita ad un altro colle. Per non aver rimpianti.
Con ancora negli occhi il Galibier, ci sembra tutto monotono e terribilmente breve. In un attimo siamo in cima e pronti a ridiscendere verso Valliore.
E poi via, di nuovo in marcia verso gli over 2600 metri.
I primi km sono un lunghissimo, assolato, caldissimo e impegnativo rettilineo. Si susseguono case e casette, e sullo sfondo c’è la nostra vetta ad attenderci. Mario è un po’ in crisi, mi dice “vai!”, ma dove vado? Lo aspetto, non è una gara e la compagnia fa sempre bene per superare alcuni momenti. I rettilinei del resto finiranno prima o poi, e quando lo faranno non sarà altro che un piacere.
Inizio a star male anche io a dir la verità: una strana nausea. Chiedo un po’ di coca all’ammiraglia e tutto passa. Passa anche quel maledetto rettilineo e siamo nel cuore della salita. Ritorna il profumo di prati, la quiete della montagna e i suoi occhi invsibili su di noi, e la bellissima sensazione di essere niente in quel mare di rocce, erba, neve e cielo. Soltanto viaggiatori fortunati.
È pure caldo, ed a queste quote è un piacere. Ci godiamo tutto, e le foto a valanghe sono il tentativo di colmare i buchi della memoria che il tempo scaverà. Ma non nelle emozioni. Una salita magnifica, spettacolare e imperdibile. Esigente ed accogliente, non deve assolutamente mancare nel palmares di chiunque sappia amare questo sport.
Nella stretta di mani, poi alzate verso il cielo negli ultimi metri di una scalata memorabile, c’è tutto di quanto il ciclismo possa insegnare. E far vivere.
Il cielo è ancora perfetto, il profumo ancora intenso e il vento ancora vivo. Si può chiedere altro?
Di certo sappiamo che che quell’autostrada di montagna ci aspetta con i favori della gravità e con le noie di un assicurato vento contrario. Sarà bello anche quello però. Oggi sono in grado di non odiare il vento contro. Oggi è una favola, il resto non conta. Vorrei solo continuare a guardare tutto da quassù...
domenica 18 dicembre 2011
E fuori c'è il sole...
Per tutta la notte ho immaginato una mattinata di sole, di quelle che, nonostante il freddo pungente, riempie di sensazioni e piacere di pedalare. Con alle spalle la prima settimana di preparazione in vista della prossima stagione, le motivazioni alle stelle, questa domenica doveva essere la prima in cui tornare e far un po' di fatica per qualche salita della zona, in compagnia della squadra.
Ma che poi questa mattina sia di un grigiore squallido e fredda come il vento che l'ha portato, poco importa. Nelle gambe ancora le 4 ore di ieri, ma non stanchezza, solo la sensazione di aver lavorato bene.
E così il pomeriggio di ieri, con i miei genitori fuori casa e un esame andato bene appena il giorno prima, mi sono messo a fare dei lavoretti da niente, tanto per prendermi un fine settimana lontano dai pensieri dei libri e per rimettere in ordine un giardino e un orto messi a dura prova dalla burrasca di venerdì sera.
Le foglie sono tutte negli angoli, e anche se i ciuffi d'erba ribelli più alti degli altri sono davvero pochi, prendo il tagliaerba per fare prima e meglio.
Non parte. Pulisco il filtro dell'aria, ma nulla. Allora cambio la candela e finalmente parte.
Sono quasi alla fine, manca solo un piccolo pezzo attorno ai bulbi ch ho piantato l'inverno scorso. L'altezza del taglio deve essere regolata però abbassata.
Ed è qui, dove l'esperienza, la confidenza e la tranquillità entrano in azione. So bene dove la lama gira e dove non, è solo routine. Ma per un motivo per il quale ancora non mi so dare risposta, invece che mettere la mano sulla parte iniziale della macchinetta...
Mi chiedo cosa sia stato quel rumore a metà fra il sordo e il metallico. Un istante dopo mi rendo conto che sono i miei diti.
Ed è una corsa di sangue verso il rubinetto del garage, un crescente senso di svenimento che caccio via con la sola forza della ragione. Trovo la forza di guardare, e vedo la prima falange del dito medio rimasta attaccata soltanto per un piccolo lembo di pelle. Il polpastrello dell'anulare inesistente. La paura inizia a pervadermi, ma non è il caso di rimanere vittima di se stessi, adesso.
La benedizione del telefono in tasca, del migliore amico dopo pochi minuti davanti casa. Il pronto soccorso, e un intervento con 4 medici solo per me, per metà al lavoro sulla mia mano e per l'altra scherzando con me. Dicono che non perderò quel pezzo, che fra un po' ritornerò come prima, Fra un po'.
Per ora però, fra il dolore fortissimo che rimane di una giornata che non dimenticherò a lungo, e l'insonnia che tanta compagnia mi ha fatto per tutta la notte, riesco solo a pensare a cosa poteva essere questa giornata e le prossime decine senza una distrazione così stupida.
Guardo fuori dalla finestra, sogno di essere là davanti al gruppo a battagliare. Ignoro la chitarra elettrica di fianco a me che non so se mai potrò suonare come prima. E nonostante il grigiore di un inverno appena arrivato, riesco soltanto a immaginarmi una mattinata di sole. Una come tante.
Ma che poi questa mattina sia di un grigiore squallido e fredda come il vento che l'ha portato, poco importa. Nelle gambe ancora le 4 ore di ieri, ma non stanchezza, solo la sensazione di aver lavorato bene.
E così il pomeriggio di ieri, con i miei genitori fuori casa e un esame andato bene appena il giorno prima, mi sono messo a fare dei lavoretti da niente, tanto per prendermi un fine settimana lontano dai pensieri dei libri e per rimettere in ordine un giardino e un orto messi a dura prova dalla burrasca di venerdì sera.
Le foglie sono tutte negli angoli, e anche se i ciuffi d'erba ribelli più alti degli altri sono davvero pochi, prendo il tagliaerba per fare prima e meglio.
Non parte. Pulisco il filtro dell'aria, ma nulla. Allora cambio la candela e finalmente parte.
Sono quasi alla fine, manca solo un piccolo pezzo attorno ai bulbi ch ho piantato l'inverno scorso. L'altezza del taglio deve essere regolata però abbassata.
Ed è qui, dove l'esperienza, la confidenza e la tranquillità entrano in azione. So bene dove la lama gira e dove non, è solo routine. Ma per un motivo per il quale ancora non mi so dare risposta, invece che mettere la mano sulla parte iniziale della macchinetta...
Mi chiedo cosa sia stato quel rumore a metà fra il sordo e il metallico. Un istante dopo mi rendo conto che sono i miei diti.
Ed è una corsa di sangue verso il rubinetto del garage, un crescente senso di svenimento che caccio via con la sola forza della ragione. Trovo la forza di guardare, e vedo la prima falange del dito medio rimasta attaccata soltanto per un piccolo lembo di pelle. Il polpastrello dell'anulare inesistente. La paura inizia a pervadermi, ma non è il caso di rimanere vittima di se stessi, adesso.
La benedizione del telefono in tasca, del migliore amico dopo pochi minuti davanti casa. Il pronto soccorso, e un intervento con 4 medici solo per me, per metà al lavoro sulla mia mano e per l'altra scherzando con me. Dicono che non perderò quel pezzo, che fra un po' ritornerò come prima, Fra un po'.
Per ora però, fra il dolore fortissimo che rimane di una giornata che non dimenticherò a lungo, e l'insonnia che tanta compagnia mi ha fatto per tutta la notte, riesco solo a pensare a cosa poteva essere questa giornata e le prossime decine senza una distrazione così stupida.
Guardo fuori dalla finestra, sogno di essere là davanti al gruppo a battagliare. Ignoro la chitarra elettrica di fianco a me che non so se mai potrò suonare come prima. E nonostante il grigiore di un inverno appena arrivato, riesco soltanto a immaginarmi una mattinata di sole. Una come tante.
mercoledì 26 ottobre 2011
sabato 15 ottobre 2011
Una storia di 20 minuti
Si si, lo so che c'è un discorso lasciato a mezzo da finire. Purtroppo però i racconti dalla terra di Francia hanno avuto la sfortuna di dover essere scritti in un periodo non proprio felice. E sono passati, ormamai chiusi dentro il calderone dei ricordi e, soprattutto, delle emozioni. Impegnandomi a chiudere questa faccenda, pur consapevole della difficilissima possibilità di rispettare questa mezza promessa, cambio subito discorso perchè quello di cui vorrei parlare c'incastra poco o nulla con la Francia.
L'unico legame che c'è è un grandissimo ritardo. Mi spiego. Una volta tornato dalla Francia avrei dovuto avere tutte le carte in regola per entrare nel periodo di condizione più importante della mia piccola e ridicola (almeno fanno rima) carriera sportiva. E in effetti è stato proprio così: che gamba che avevo! Il problema, però, non era nelle gambe ma nella parte alta del corpo, riportata nell'italica campagna non proprio integralmente.
Smaltiti i postumi della caduta, o perlomeno quelli maggiori, sono rimontato in sella dopo uno stop di oltre due settimane, quasi tre, in occasione del Giro cicloturistico della Toscana 170 km fra colline dolci e violente follie testate sul mio povero e incolpevole corpo. Ma è andata bene, con un finale chiuso in netto crescendo dopo una mezza crisi portata avanti per più di due ore.
I km hanno ripreso a scorrere sotto le ruote con la solita cadenza, e la normalità era di nuovo cosa per me.
Piccola parentesi: la corsa. Nonostante mille precauzioni, calma, costanza e tutto quello che volete, sono arrivato alla conclusione che il running non è una cosa per me. Quanti dolori! Tendini, menischi e quant'altro possibile all'occorrenza! Che gran rottura! E vista l'impossibilità (ancora) di preparare come si deve quella che doveva essere la mia prima mezzamaratona, ho deciso di puntare tutto sulla bici e di riprendermi quella condizone indebitamente sottratta da quella malaugurata caduta nella discesa del Col du Granon.
E rieccomi sulla bici, senza gare da centrare nel mirino, ma con l'unica grande volontà di battere un record da me fatto. Un muro mai ceduto sotto i colpi delle mie gambe. Un sogno trascinato e affinato negli anni, quando al suo compimento bastava sempre meno e sempre più appariva impossibile da raggiungere. Tutto questo ha un nome, o anzi due, insomma, tutto questo è il record sulla mia salita test: il Monte Serra. Un tratto di poco più di 6 km, 470 metri di dislivello, punti precisissimi dove accendere e spengere il cronometro. Una storia di tempi sempre più bassi negli anni, fino ad arrivare attorno ai 20'30".
Quanto tempo attorno a quel tempo! Non che i miei allenamenti siano mai stati mirati a migliorare in tal senso, ma un appiattimento delle prestazioni in salita stava cominciando proprio ad innervosirmi, a fronte di sensibili passi in avanti nel passo in pianura.
Dieci giorni fa, consapevole di aver ripreso quel tono e quella forma minima per sperare di combinare qualcosa di buono, tento l'assalto al tempo. Con me c'è mio cugino, che si rivelerà un portafortuna. Siccome però la fortuna non esiste, mi correggo e dico che mio cugino si rivelerà un accompagnatore piuttosto in gamba.
Faccio partire il tempo e come sempre entro nel mio mondo fatto di pensieri e canzoni in loop. Deboli anestetici di una fatica mai troppo semplice da descrivere. Il tempo che resisteva ormai da un anno era 20'20".
Come sempre non voglio nemmeno vedere il contakm, che lascio a casa, e a tenere il tempo è il cronometro del cardio (senza fascia). Scelgo di guardarlo quando alla fine della prova mancano appena poche centinaia di metri, e mi accorgo che il tempo è buono per stabilire un nuovo record! Via ad un fuorisoglia di dimensioni apocalittiche, di quelli che tolgono il snetimento. Ma ne vale la pena: 20'12". Ben 12" in meno! Ottimo, ma...
... ma sento che la condizione non è al top, che potrei comunque fare meglio. Quindi a distanza di una settimana ci riprovo. È ancora mercoledì e con me c'è sempre Ale. Faccio partire il tempo e sono di nuovo in quella realtà parallela. Peccato non sia Lost, con la mia bella Kate ad aspettarmi in cima! Sogni, solo sogni nati da acido lattico che pian piano invade gli spazi intracellulari. A metà salita mi accorgo che al posto del mio solito 23, stò tirando il 21 con le stesse rpm. Buono.
Quando arriva quindi il "belvedere" (che non è Kate, purtroppo, ma un punto roccioso panoramico) guardo il tempo e... ho già messo un dente in meno. A tutta, deve essere la volta buona! Le gambe si stringono in una morsa che si fa sempre più incandescente e quindi insopportabile, mentre i metri si riducono poco a poco. Meno 100, meno 50, meno che ci siamo quasi.... stop! 19'42"!
La cronaca di un capriccio di uno scemo? No, un sogno gratuito fatto ormai anni fa. Quando i miei tempi migliori navigavano attorno a 25 minuti, ebbi la voglia e avvertii la sensazione di poter, un giorno, fare un tempo sotto i 20'. E a 11 anni di distanza quel piccolo bambino astemio di bici, portato per la prima volta in bici da corsa sul Monte Serra e che da Buti fino ai Cristalli impiegò 50 minuti, può dirsi diventato quasi un uomo. Quasi, perchè la voglia di giocare con le salite e con i cronometri non è ancora finita; altri limiti sono là davanti. Stò arrivando.
L'unico legame che c'è è un grandissimo ritardo. Mi spiego. Una volta tornato dalla Francia avrei dovuto avere tutte le carte in regola per entrare nel periodo di condizione più importante della mia piccola e ridicola (almeno fanno rima) carriera sportiva. E in effetti è stato proprio così: che gamba che avevo! Il problema, però, non era nelle gambe ma nella parte alta del corpo, riportata nell'italica campagna non proprio integralmente.
Smaltiti i postumi della caduta, o perlomeno quelli maggiori, sono rimontato in sella dopo uno stop di oltre due settimane, quasi tre, in occasione del Giro cicloturistico della Toscana 170 km fra colline dolci e violente follie testate sul mio povero e incolpevole corpo. Ma è andata bene, con un finale chiuso in netto crescendo dopo una mezza crisi portata avanti per più di due ore.
I km hanno ripreso a scorrere sotto le ruote con la solita cadenza, e la normalità era di nuovo cosa per me.
Piccola parentesi: la corsa. Nonostante mille precauzioni, calma, costanza e tutto quello che volete, sono arrivato alla conclusione che il running non è una cosa per me. Quanti dolori! Tendini, menischi e quant'altro possibile all'occorrenza! Che gran rottura! E vista l'impossibilità (ancora) di preparare come si deve quella che doveva essere la mia prima mezzamaratona, ho deciso di puntare tutto sulla bici e di riprendermi quella condizone indebitamente sottratta da quella malaugurata caduta nella discesa del Col du Granon.
E rieccomi sulla bici, senza gare da centrare nel mirino, ma con l'unica grande volontà di battere un record da me fatto. Un muro mai ceduto sotto i colpi delle mie gambe. Un sogno trascinato e affinato negli anni, quando al suo compimento bastava sempre meno e sempre più appariva impossibile da raggiungere. Tutto questo ha un nome, o anzi due, insomma, tutto questo è il record sulla mia salita test: il Monte Serra. Un tratto di poco più di 6 km, 470 metri di dislivello, punti precisissimi dove accendere e spengere il cronometro. Una storia di tempi sempre più bassi negli anni, fino ad arrivare attorno ai 20'30".
Quanto tempo attorno a quel tempo! Non che i miei allenamenti siano mai stati mirati a migliorare in tal senso, ma un appiattimento delle prestazioni in salita stava cominciando proprio ad innervosirmi, a fronte di sensibili passi in avanti nel passo in pianura.
Dieci giorni fa, consapevole di aver ripreso quel tono e quella forma minima per sperare di combinare qualcosa di buono, tento l'assalto al tempo. Con me c'è mio cugino, che si rivelerà un portafortuna. Siccome però la fortuna non esiste, mi correggo e dico che mio cugino si rivelerà un accompagnatore piuttosto in gamba.
Faccio partire il tempo e come sempre entro nel mio mondo fatto di pensieri e canzoni in loop. Deboli anestetici di una fatica mai troppo semplice da descrivere. Il tempo che resisteva ormai da un anno era 20'20".
Come sempre non voglio nemmeno vedere il contakm, che lascio a casa, e a tenere il tempo è il cronometro del cardio (senza fascia). Scelgo di guardarlo quando alla fine della prova mancano appena poche centinaia di metri, e mi accorgo che il tempo è buono per stabilire un nuovo record! Via ad un fuorisoglia di dimensioni apocalittiche, di quelli che tolgono il snetimento. Ma ne vale la pena: 20'12". Ben 12" in meno! Ottimo, ma...
... ma sento che la condizione non è al top, che potrei comunque fare meglio. Quindi a distanza di una settimana ci riprovo. È ancora mercoledì e con me c'è sempre Ale. Faccio partire il tempo e sono di nuovo in quella realtà parallela. Peccato non sia Lost, con la mia bella Kate ad aspettarmi in cima! Sogni, solo sogni nati da acido lattico che pian piano invade gli spazi intracellulari. A metà salita mi accorgo che al posto del mio solito 23, stò tirando il 21 con le stesse rpm. Buono.
Quando arriva quindi il "belvedere" (che non è Kate, purtroppo, ma un punto roccioso panoramico) guardo il tempo e... ho già messo un dente in meno. A tutta, deve essere la volta buona! Le gambe si stringono in una morsa che si fa sempre più incandescente e quindi insopportabile, mentre i metri si riducono poco a poco. Meno 100, meno 50, meno che ci siamo quasi.... stop! 19'42"!
La cronaca di un capriccio di uno scemo? No, un sogno gratuito fatto ormai anni fa. Quando i miei tempi migliori navigavano attorno a 25 minuti, ebbi la voglia e avvertii la sensazione di poter, un giorno, fare un tempo sotto i 20'. E a 11 anni di distanza quel piccolo bambino astemio di bici, portato per la prima volta in bici da corsa sul Monte Serra e che da Buti fino ai Cristalli impiegò 50 minuti, può dirsi diventato quasi un uomo. Quasi, perchè la voglia di giocare con le salite e con i cronometri non è ancora finita; altri limiti sono là davanti. Stò arrivando.
martedì 30 agosto 2011
Dove le pietre galleggiano nel cielo
Menomale che la colazione si avvicina di più ai nostri gusti e alle nostre abitudini. Piccoli lussi di fragranti sfogliatine, forse anche congelate, ma buone.
Gonfiaggio delle ruote, ma non per me, lo farò i prossimi giorni. C’è anche un po’ di emozione che vaga dispersa da un angolo all’altro: stiamo cominciando. Le strade ci accolgono con semafori rossi al punto giusto, tanto da frazionare il plotoncino. Ci separiamo e quasi perdiamo.

Solo all’uscita di Carpentras ci ritroviamo. Il Landa si piazza davanti e lo farà fino a Bedoin, dove inizia la scalata. Passo regolare e tranquillo fra vigne basse, terre rosse e sole che fa capire quanto caldo possa fare quando lo vuole.
Un po’ d’indecisione a un’altra rotonda, ma dopo un’inversione ad u riprendiamo la strada giusta. Senza bisogno di cartelli, per capirlo basta vedere quanta gente c’è. Una processione.
I “Where are you from?” si sprecherebbero, e saltiamo da un gruppo all’altro salutando in modo differente. Non sappiamo che lingua usare, e forse il motivo è semplicemente che parliamo tutti la stessa. Variano soltanto gli accenti, si riuniscono in dialetti. C’è pace e tranquillità, e le pendenze sono veramente rilassanti. Solo un riscaldamento però, perché dopo un tornante si inizia a far sul serio.

C’è molto più bosco di quanto immaginassi, e rettilinei più lunghi di quanto credessi. È dura. Ovviamente sono a regime lentissimo, inutile staccare i miei amici. Me la godo. Mi piace.
La luce inizia a giocare meno a nascondino, e si decide a uscire dagli alberi con più intensità. Si aprono visuali e appare pure lui, il gigante, fra le conifere spennacchiate.

Ancora su, e ancora una processione colorata verso il proprio santuario. Si vede di tutto. In molti non prenderanno la bici più di 5 volte l’anno, penso. Ragazze soprappeso, bimbi strappati allo schermo di un pc, mamme private della confusione di un mercato. Vicini a scoppiare, ma felici e sorridenti. La ricetta per conquistare la vetta passa anche da soste più o meno lunghe. L’importante è arrivare.
Sono affascinato. Sono, su un santuario, ed è Mario che me lo suggerisce.
E poi il rispetto del ciclista, incredibile. Cartelli che indicano alle auto a quanta distanza tenersi dalle bici durante il sorpasso. Una corsia riservata alle bici per la scalata. Nessun clacson che suona, poche moto che tuonano.
Un santuario o un paradiso?
Così, quando arriva Le Chalet Reynard, sembra tutto iniziato da poco. Anche i lunghi tratti al 9% sono come un fastidio dimenticato per una gioia più forte.
Ultimi 6 km, ed iniziano i sassi. Prima in compagnia di qualche pioniero vegetale, poi nella solitudine di una infinita distesa. Sembra un deserto, eppure quanta vita passa per questo nastro d’asfalto?



Pietre che galleggiano nel cielo, e noi come in un mare di silenzio. Sono le emozioni a parlare. Fra fotografi che rincorrono per il loro biglietto, facce viola per lo sforzo, una brezza dolce che si inizia a levare, la vetta è sempre più vicina. Quando arriva, l’accoglienza è degna della Grand Boucle, con un nutrito gruppo di inglesi a far baccano quanto solo i mediterranei, da reputazione, ne sarebbero in grado.








Foto che non mancano e soddisfazioni incalcolabili. Io e Mario abbiamo già capito che in questi giorni ci sarà da divertirsi.
La temperatura non più di tanto frasca, il cielo sgombro da nubi e un vento più che accettabile, ci fanno vestire molto poco per la discesa. Nei pressi di Bedoin ci fermiamo per il pic-nic, all’ombra di una lecceta. Come sempre mangiamo più del dovuto,e i km restanti per Carpentras sono più una lotta con l’apparato digerente che contro il vento contrario.

Doccia velocissima, che c’è da liberare le stanze. E poi via verso Briançon, passando su strade interne. Viaggio lunghissimo ed infinito, più stancante del Ventoux, che rimane lì negli occhi, galleggiando fra paragoni che tento di fare inutilmente. Soltanto una salita e una storia a se. Si può anche voltare pagina, domani ne scriveremo un’altra.
-->Carpentras-Bedoin-Mont Ventoux-Carpentras, 81 km
Gonfiaggio delle ruote, ma non per me, lo farò i prossimi giorni. C’è anche un po’ di emozione che vaga dispersa da un angolo all’altro: stiamo cominciando. Le strade ci accolgono con semafori rossi al punto giusto, tanto da frazionare il plotoncino. Ci separiamo e quasi perdiamo.
Solo all’uscita di Carpentras ci ritroviamo. Il Landa si piazza davanti e lo farà fino a Bedoin, dove inizia la scalata. Passo regolare e tranquillo fra vigne basse, terre rosse e sole che fa capire quanto caldo possa fare quando lo vuole.
Un po’ d’indecisione a un’altra rotonda, ma dopo un’inversione ad u riprendiamo la strada giusta. Senza bisogno di cartelli, per capirlo basta vedere quanta gente c’è. Una processione.
I “Where are you from?” si sprecherebbero, e saltiamo da un gruppo all’altro salutando in modo differente. Non sappiamo che lingua usare, e forse il motivo è semplicemente che parliamo tutti la stessa. Variano soltanto gli accenti, si riuniscono in dialetti. C’è pace e tranquillità, e le pendenze sono veramente rilassanti. Solo un riscaldamento però, perché dopo un tornante si inizia a far sul serio.
C’è molto più bosco di quanto immaginassi, e rettilinei più lunghi di quanto credessi. È dura. Ovviamente sono a regime lentissimo, inutile staccare i miei amici. Me la godo. Mi piace.
La luce inizia a giocare meno a nascondino, e si decide a uscire dagli alberi con più intensità. Si aprono visuali e appare pure lui, il gigante, fra le conifere spennacchiate.
Ancora su, e ancora una processione colorata verso il proprio santuario. Si vede di tutto. In molti non prenderanno la bici più di 5 volte l’anno, penso. Ragazze soprappeso, bimbi strappati allo schermo di un pc, mamme private della confusione di un mercato. Vicini a scoppiare, ma felici e sorridenti. La ricetta per conquistare la vetta passa anche da soste più o meno lunghe. L’importante è arrivare.
Sono affascinato. Sono, su un santuario, ed è Mario che me lo suggerisce.
E poi il rispetto del ciclista, incredibile. Cartelli che indicano alle auto a quanta distanza tenersi dalle bici durante il sorpasso. Una corsia riservata alle bici per la scalata. Nessun clacson che suona, poche moto che tuonano.
Un santuario o un paradiso?
Così, quando arriva Le Chalet Reynard, sembra tutto iniziato da poco. Anche i lunghi tratti al 9% sono come un fastidio dimenticato per una gioia più forte.
Ultimi 6 km, ed iniziano i sassi. Prima in compagnia di qualche pioniero vegetale, poi nella solitudine di una infinita distesa. Sembra un deserto, eppure quanta vita passa per questo nastro d’asfalto?
Pietre che galleggiano nel cielo, e noi come in un mare di silenzio. Sono le emozioni a parlare. Fra fotografi che rincorrono per il loro biglietto, facce viola per lo sforzo, una brezza dolce che si inizia a levare, la vetta è sempre più vicina. Quando arriva, l’accoglienza è degna della Grand Boucle, con un nutrito gruppo di inglesi a far baccano quanto solo i mediterranei, da reputazione, ne sarebbero in grado.
Foto che non mancano e soddisfazioni incalcolabili. Io e Mario abbiamo già capito che in questi giorni ci sarà da divertirsi.
La temperatura non più di tanto frasca, il cielo sgombro da nubi e un vento più che accettabile, ci fanno vestire molto poco per la discesa. Nei pressi di Bedoin ci fermiamo per il pic-nic, all’ombra di una lecceta. Come sempre mangiamo più del dovuto,e i km restanti per Carpentras sono più una lotta con l’apparato digerente che contro il vento contrario.
Doccia velocissima, che c’è da liberare le stanze. E poi via verso Briançon, passando su strade interne. Viaggio lunghissimo ed infinito, più stancante del Ventoux, che rimane lì negli occhi, galleggiando fra paragoni che tento di fare inutilmente. Soltanto una salita e una storia a se. Si può anche voltare pagina, domani ne scriveremo un’altra.
-->Carpentras-Bedoin-Mont Ventoux-Carpentras, 81 km
1) Il viaggio, l'arrivo, il furto
In bianco e nero, l’autostrada è solo un’istantanea che dimenticheremo in fretta. Parole e filosofie fra i viadotti e i tunnel della Liguria. Quanta noia.
Ecco, un posto dove non abiterei mai. Ci sono i monti, certo. C’è il mare, bellissimo. Ma l’abbraccio morbido delle mie terre che corrono ordinate verso il blu del tirreno non lo cambierei mai. Pianure mai troppo infinite, colline sempre curiose oltre la porta della foschia, montagne sul limite fra il vicino e il lontano, e mare di scogli e sassi da scegliere in base alla voglia.
La Toscana mi è dentro, nel cuore. Non ne uscirà mai.
Posso soltanto io, come adesso, uscire. Prima dalla mia terra, poi dalla mia nazione. Per ogni metro di suolo identico al successivo e diversissimo da quello un po’ più lontano, sono solo cartelli diversi a indicarmi che siamo in Francia.
Mario guida tranquillo, al comando dell’ultimo vagone del piccolo trenino partito da Prato alle 6 del mattino. In testa c’è il Taglia, Oscar 2011 per il rispetto del codice della strada. Nemmeno la totale assenza di autovelox sulle strade francesi lo spinge a spingere. Regolare.
Il pranzo è un’iniziazione al rito che ripeteremo per i prossimi giorni: zaini che si vuotano e stomaci che si riempiono. “O di paglia o di fieno, il corpo l’è pieno”, dice il Landini. Un caffé espresso che ha poco di Italiano scende giù nel corpo, con poco piacere e molta ustione, e non si può far altro che ripartire.
Lunga, lunghissima la strada verso Carpentras, o forse è solo la noia di arrivare. Do il cambio alla giuda a Mario, e nella cittadina poco lontana da Avignone compio una manovra da ritiro della patente sotto un semaforo. Qui non hanno nemmeno le telecamere, la mia tessera rosa può dirsi salva.

La temperatura esterna è un colpo che ricade forte sul sistema immunitario, vista la frescura intensa all’interno dell’abitacolo. Un po’ di traduzioni alla reception e le valige in camera. Poi la spesa e la piscina. Il gigante può aspettare fino a domattina.

Con la cena raffinata ancora sullo stomaco, e l’aria condizionata inarrestabile che arriva sul collo, il risveglio non può certo definirsi idilliaco. Ci ricorderemo a lungo di quanto le nostre membra stanno tentando di digerire. E pure le tasche, visto quanto costa una sola bottiglia di vino della casa. Ladri dalla parlata romantica.
Ecco, un posto dove non abiterei mai. Ci sono i monti, certo. C’è il mare, bellissimo. Ma l’abbraccio morbido delle mie terre che corrono ordinate verso il blu del tirreno non lo cambierei mai. Pianure mai troppo infinite, colline sempre curiose oltre la porta della foschia, montagne sul limite fra il vicino e il lontano, e mare di scogli e sassi da scegliere in base alla voglia.
La Toscana mi è dentro, nel cuore. Non ne uscirà mai.
Posso soltanto io, come adesso, uscire. Prima dalla mia terra, poi dalla mia nazione. Per ogni metro di suolo identico al successivo e diversissimo da quello un po’ più lontano, sono solo cartelli diversi a indicarmi che siamo in Francia.
Mario guida tranquillo, al comando dell’ultimo vagone del piccolo trenino partito da Prato alle 6 del mattino. In testa c’è il Taglia, Oscar 2011 per il rispetto del codice della strada. Nemmeno la totale assenza di autovelox sulle strade francesi lo spinge a spingere. Regolare.
Il pranzo è un’iniziazione al rito che ripeteremo per i prossimi giorni: zaini che si vuotano e stomaci che si riempiono. “O di paglia o di fieno, il corpo l’è pieno”, dice il Landini. Un caffé espresso che ha poco di Italiano scende giù nel corpo, con poco piacere e molta ustione, e non si può far altro che ripartire.
Lunga, lunghissima la strada verso Carpentras, o forse è solo la noia di arrivare. Do il cambio alla giuda a Mario, e nella cittadina poco lontana da Avignone compio una manovra da ritiro della patente sotto un semaforo. Qui non hanno nemmeno le telecamere, la mia tessera rosa può dirsi salva.
La temperatura esterna è un colpo che ricade forte sul sistema immunitario, vista la frescura intensa all’interno dell’abitacolo. Un po’ di traduzioni alla reception e le valige in camera. Poi la spesa e la piscina. Il gigante può aspettare fino a domattina.
Con la cena raffinata ancora sullo stomaco, e l’aria condizionata inarrestabile che arriva sul collo, il risveglio non può certo definirsi idilliaco. Ci ricorderemo a lungo di quanto le nostre membra stanno tentando di digerire. E pure le tasche, visto quanto costa una sola bottiglia di vino della casa. Ladri dalla parlata romantica.
venerdì 12 agosto 2011
Risposta al sig. Severgnini. I luoghi comuni
I luoghi comuni
Splendida mattinata. Il sole è poco oltre le colline, e dalla finestra vedo il mare. Lei dorme ancora, lì nel letto. Lo farà per almeno un’altra ora.
Mi dirigo verso il bagno. I vestiti sono già lì ad aspettarmi, e dopo i classici bisogni indossare la maglietta ed i pantaloncini aderenti è un attimo. Gli occhiali e poi il casco, mai farne a meno.
Pronto per scendere, non indosso le scarpette ma scelgo di tenerle in mano e scendo le due rampe di scale con ai piedi solo i calzini, la bici con l’altra mano. Scivolare per le scale con gli scarpini è un attimo. Avrei potuto tenere la bici nella cantina dell’hotel, se fosse stata chiusa. Ci fosse almeno l’ascensore, ma niente, bisogna rischiare la vita sul granito levigato degli scalini. Ancor prima di salire in sella.
Il vento quasi assente, cosa strana per una cittadina di mare anche se è solamente mattina, mi spinge a percorrere un po’ di lungo mare. Più tardi, forse, la salita.
Una, due piccole rotonde ed è già il tempo di una frenata poderosa. Dei ragazzi entrano nel circolo rotabile a tutta velocità, la radio altissima e i postumi di una serata da sballo ancora da smaltire. Ridono. Io sono salvo.
Ho bisogno di un caffè però. La colazione la farò al ritorno, ma un buon caffè mi serve: le ferie sono anche queste piccole concessioni. Io che di mestiere faccio il barista, un caffè servito è una piccola soddisfazione.
Vedo un benzinaio con bar annesso, e decido di fermarmi. Appoggio la bici al muro, mentre un signore un po’ anziano stà ucendo. Mi rivolge la parola, ma non per un buongiorno.
“Ti sei fermato a fare il pieno? Riempi la borraccia con la bbbomba?”
Il mio sorriso silenzioso serve solo per tacita compassione, e per non prolungare una conversazione mai iniziata e già troppo lunga. Luoghi comuni.
Forte del mio caffè, riparto. Al ritorno dovrò dare un’occhiata alle geometrie della bici, perché la schiena ogni tanto fa male. O forse sono solo i miei 50 anni.
Per fortuna l’aria fresca del mattino, lo stress lasciato in città e questa tranquilla pedalata mi rimettono al mondo.
Non fosse per i continui colpi di clacson alle mie spalle, sarebbe ancora meglio. Sono da solo, sulla destra, su una strada ampia. Evidentemente tutti pensano di avere un autotreno. Oppure, semplicemente, non sanno guidare la macchina. Ovviamente però il problema sono io, che lì non ci dovrei stare. Dovrei usare le piste ciclabili. Ci fossero...
Luoghi comuni.
Su per questa salita nuova ed improvvisata, il nome di un paesino mi ricorda il cognome di un amico. Rido ancora, stavolta solo per i ricordi che ritornano, pensando a quante volte mi abbia detto di essere troppo vecchio per iniziare ad andare in bici. In effetti 45 anni non sono pochi. Così come non lo sono un pacchetto e mezzo di Marlboro al giorno lasciate al mio passato. O l’abbandono del forte soprappeso. O la ritrovata serenità con me stesso, con mia moglie, con il mio corpo.
Ma per lui sono vecchio, e il fatto che stia tremendamente meglio non conta. Ha lui la verità in tasca, la spende come vuole.
Intanto le rampe si fanno dure, e il mio cuore cresce nel petto. L’asfalto mi guarda dritto negli occhi, ma ho ancora la forza per gettare il mio sguardo oltre il tornante, oltre i cespugli, verso il panorama. La fatica non annebbia niente, è solo un modo per corteggiare le piccole soddisfazioni. Come quella, nuova e antica, ma mai uguale, di raggiungere il colle. E pure oggi l’ho raggiunto. La vista si perde nei riflessi del mare e nelle braccia accoglienti dei colli a picco su esso, illuminati da un sole ancora fresco.
Foto con il cellulare, poi la metterò su face. Già vedo i commenti di chi mi vorrebbe seduto su una sdraio a godermi il mare al posto suo, mentre invece sto soltanto perdendo tempo per due stupide ruote.
Luoghi comuni.
Discesa bella, tecnica. Tento di osare in un paio di curve. La prima ok, la seconda meno. Meglio scendere con più calma allora.
C’è chi mi darebbe dell’incosciente, ma penso sia solo vita che ancor scorre nelle arterie non più intasate di colesterolo come un tempo.
Di nuovo sulla statale lungomare, faccio rientro verso l’albergo, in un traffico più generoso di clacson di variegate tonalità.
Salendo le scale verso la camera, di nuovo scalzo e con entrambe le mani occupate, il sapiente di turno incrociato per caso mi chiede:
“Ora una bella flebo come fanno al Tour??”.
E ride. E io pure, tanta è la compassione che mi fa.
Entro in camera silenziosamente. Lei si è appena svegliata.
“Una doccia e scendiamo per la colazione ok?”.
Prima la mia flebo però: un multivitaminico. C’è chi mi darebbe del dopato per questo. Ma mi ritengo soltanto affezionato alla salute. E rimpiango gli anni in cui non me ne curavo.
Una bella colazione, meritata, ma equilibrata. La piccola concessione di un pezzo di dolce in più. Sono le ferie anche per me.
E poi le tranquille chiacchere con i vicini di tavolo.
E poi il mare, ed il giornale da leggere sulla sdraio. Che pace, che vita.
L’attenzione cade su un articolo ben firmato, di un argomento a me caro. Va sempre a finire così. Un signore che si concede di parlare di cose che mai ha vissuto in prima persona. Un signore che giudica con la bilancia dei luoghi comuni.
Ma è così, si sa. Luoghi comuni.
Dispiace solo per gli ignari lettori, sprovvisti di conoscenza in materia al suo pari, che prenderanno quelle parole per verità.
Ed io non sono quel cinquantenne che descrive, ne sono certo. E la maggioranza come me.
Puramente fedele all’unico confronto possibile, quello con me stesso, mi sento solo migliore. Non è mai troppo tardi per una passione, per lo sport. Nella maniera giusta.
E le ortensie le lascio a lui. E pure la passeggiata con un libro, magari proprio di ciclismo. La volta buona che, forse, qualcosa in materia imparerà.
Infine, stanco di leggere, getto via il giornale. Un barista, di chiacchere da bar, ne sente già a sufficienza senza comprare un’autorevole giornale. È arrivata l’ora del bagno. Sono le ferie anche per me.
mercoledì 27 luglio 2011
Trittici verso la Francia: una domenica speciale
Domenica 24 Luglio 2011: Colle della Lombarda, Col de la Bonette, Colle della Maddalena
Sveglia biologica: 3:59. Giusto un minuto prima dell’attacco di puro hair metal che da anni uso come sveglia. Meraviglie del corpo umano.
Giù di corsa, che di tempo non ce ne è molto. Uno yogurt e un caffè. E poco meno di 4 ore di sonno da farsi bastare per il resto della giornata.
Posso partire.
Casa di Ale, e soliti minuti di ritardo. Non cambierà mai, per fortuna. Recuperiamo il tempo perduto in autostrada, raggiungendo comunque in anticipo l’autogrill Versilia Est, luogo di ritrovo con altri trittici. Sosta al bagno e via.
Sosta successiva per un caffè, e abbandono dell’autostrada per volare veloci sulle larghe e perfetti statali della provincia Granda.
Un parcheggio nei pressi di Vinadio si trasforma in nostro campo base. Un incrocio ed un ponte sulla Stura di Demonte nel nostro km zero. Si parte!
In barba alle previsioni del tempo, sembra una bella giornata. Temperatura gradevole, fresca ma non troppo, l’ideale.



La salita al Colle della Lombarda è molto trafficata nei primi km, a causa dell’intenso traffico di pellegrini intenti a raggiungere il santuario di Sant’Anna. Qui doveva arrivare il giro il giorno del famoso blitz di Sanremo, ma proprio a causa di quello la tappa fu annullata.
Cerco di godermi la salita, nella piacevole compagnia dei compagni trittici. Dopo un inizio tutto tornanti, si fanno posto lunghi rettilinei e pendenze più dolci. Poi una serie di tornanti, rettilineo e altri tornanti. Il paesaggio promette bene.




Una volta superato il bivio per il santuario, la situazione traffico si fa molto più tranquilla, e possiamo permetterci di vivere la salita nella sua totale larghezza. Qui la vista su quello che ci circonda è fonte di pura soddisfazione e contemplazione. La mente si riempie di pace e gli ultimi km sono una dolce passeggiata nella magia di queste alpi brulle e selvagge.


Dopo le foto di rito, è l’ora della discesa. Riesco subito a impostare le curve bene, e ciò aggiunge armonia all’armonioso.
In fondo ci aspettiamo tutti, pronti a costeggiare il fiume Tinée per raggiungere St Etienne de Tinée. È un lungo falsopiano, però con pendenze più prossime alla salita vera e propria. Ed è una lunga agonia con un unico vero nemico: il vento. Forte e teso, trasforma questo tratto di fondovalle in una impegnativa lotta contro i km.


La vera mazzata arriva sulla ciclabile attorno a St Etienne, con uno strappo non durissimo, ma sufficientemente insidioso per farmi piantare. E gli altri come me.
Per fortuna però inizia anche la salita vera e propria, o quasi. Quel che è certo è che i monti riescono a salvarci dal vento, concedendo alle gambe un po’ di tregua.


Non si può certo dire che i primi km del Col de la Bonette siano i più entusiasmanti del mondo. Pochi tornanti e poco paesaggio che richiama la nostra attenzione.
Prima che la noia si affacci con prepotenza sui nostri pensieri, in località le Pra ci fermiamo a prendere un pezzo di dolce e una lattina di coca. Le mie gambe ringraziano di cuore: un 39x25 trascinato a basse velocità, pur senza faticare, è comunque una fonte di logoramento e di stress per le gambe. Fermandomi si è tutto azzerato.
Si riparte quindi, con qualche caloria in più e rinfrancati nello spirito. Si ride di nuovo.
La montagna sembra ascoltarci, perché inizia un tratto veramente molto bello. Ci sono tornanti, panorami di assoluta bellezza e un sole che tinge ancor più di azzurro un cielo da cartolina.



Il passaggio da Camp des Fourches è favoloso, e in più d’uno pensiamo che rimettere in sesto una di quelle case non sarebbe male. Sicuramente però si toglierebbe quella magica atmosfera che solo quelle rovine può dare.
I cartelli stradali, con cadenza chilometrica, ci indicano la quota, i km mancanti al gpm e la pendenza media del km successivo. Sono avanti questi francesi!






Le ultime migliaia di metri che ci separano dal passo sono di una spettacolarità unica. Per quanto poi l’artifizio per ottenere il primato di strada più alta d’Europa sia clamorosamente pacchiano, non si può discutere sulla bellezza di quella lingua d’asfalto che si arrampica nel niente della scura roccia madre. È l’ultimo km, il più duro, il più memorabile.











Foto e vestiti, poi discesa. Bellissima discesa. Curve da pennellare e bici che scendono sicure per la sinuosa strada verso Jausiers, dove 7 km di fondovalle ci portano all’attacco della terza e ultima salita, il Colle della Maddalena. 17 km di salita molto semplici, per coprire un dislivello di poco superiore ai 600 m.
Come sempre soffro i primi km, poi le gambe iniziano a girare e l’ultimo tratto della salita è un invito immenso a forzare il ritmo. Ma non sono qui per questo. Ci aspettiamo tutti come sempre, e al bivio dopo Larche salutiamo David. Per lui il giro è finito: il campeggio dove è in villeggiatura è a pochi metri. Partito in contemporanea alla nostra uscita dall’autostrada, si è fatto trovare pronto a Vinadio per la partenza.








Noi 5 proseguiamo e raggiungiamo il colle. Sicuramente il più anonimo della giornata, ma non ci pare il caso di lamentarci di cose così inutili in una giornata totalmente da ricordare.
Ancora foto e vestiti, e poi lunghissima planata verso il parcheggio di Vinadio. Discesa dolce e vento bastardo. Ogni tornante è una sfida all’equilibrio. Ogni rettilineo un ulteriore dazio per raggiungere la meta.
Ma il contakm che si spenge dal nulla mi conferma che la vera meta è già raggiunta, ed ogni numero esistente è tanto vuoto quanto inutile a descrivere empiricamente una giornata così. L’animo è pieno, ed a noi basta questo.
Sveglia biologica: 3:59. Giusto un minuto prima dell’attacco di puro hair metal che da anni uso come sveglia. Meraviglie del corpo umano.
Giù di corsa, che di tempo non ce ne è molto. Uno yogurt e un caffè. E poco meno di 4 ore di sonno da farsi bastare per il resto della giornata.
Posso partire.
Casa di Ale, e soliti minuti di ritardo. Non cambierà mai, per fortuna. Recuperiamo il tempo perduto in autostrada, raggiungendo comunque in anticipo l’autogrill Versilia Est, luogo di ritrovo con altri trittici. Sosta al bagno e via.
Sosta successiva per un caffè, e abbandono dell’autostrada per volare veloci sulle larghe e perfetti statali della provincia Granda.
Un parcheggio nei pressi di Vinadio si trasforma in nostro campo base. Un incrocio ed un ponte sulla Stura di Demonte nel nostro km zero. Si parte!
In barba alle previsioni del tempo, sembra una bella giornata. Temperatura gradevole, fresca ma non troppo, l’ideale.



La salita al Colle della Lombarda è molto trafficata nei primi km, a causa dell’intenso traffico di pellegrini intenti a raggiungere il santuario di Sant’Anna. Qui doveva arrivare il giro il giorno del famoso blitz di Sanremo, ma proprio a causa di quello la tappa fu annullata.
Cerco di godermi la salita, nella piacevole compagnia dei compagni trittici. Dopo un inizio tutto tornanti, si fanno posto lunghi rettilinei e pendenze più dolci. Poi una serie di tornanti, rettilineo e altri tornanti. Il paesaggio promette bene.



Una volta superato il bivio per il santuario, la situazione traffico si fa molto più tranquilla, e possiamo permetterci di vivere la salita nella sua totale larghezza. Qui la vista su quello che ci circonda è fonte di pura soddisfazione e contemplazione. La mente si riempie di pace e gli ultimi km sono una dolce passeggiata nella magia di queste alpi brulle e selvagge.


Dopo le foto di rito, è l’ora della discesa. Riesco subito a impostare le curve bene, e ciò aggiunge armonia all’armonioso.
In fondo ci aspettiamo tutti, pronti a costeggiare il fiume Tinée per raggiungere St Etienne de Tinée. È un lungo falsopiano, però con pendenze più prossime alla salita vera e propria. Ed è una lunga agonia con un unico vero nemico: il vento. Forte e teso, trasforma questo tratto di fondovalle in una impegnativa lotta contro i km.


La vera mazzata arriva sulla ciclabile attorno a St Etienne, con uno strappo non durissimo, ma sufficientemente insidioso per farmi piantare. E gli altri come me.
Per fortuna però inizia anche la salita vera e propria, o quasi. Quel che è certo è che i monti riescono a salvarci dal vento, concedendo alle gambe un po’ di tregua.


Non si può certo dire che i primi km del Col de la Bonette siano i più entusiasmanti del mondo. Pochi tornanti e poco paesaggio che richiama la nostra attenzione.
Prima che la noia si affacci con prepotenza sui nostri pensieri, in località le Pra ci fermiamo a prendere un pezzo di dolce e una lattina di coca. Le mie gambe ringraziano di cuore: un 39x25 trascinato a basse velocità, pur senza faticare, è comunque una fonte di logoramento e di stress per le gambe. Fermandomi si è tutto azzerato.
Si riparte quindi, con qualche caloria in più e rinfrancati nello spirito. Si ride di nuovo.
La montagna sembra ascoltarci, perché inizia un tratto veramente molto bello. Ci sono tornanti, panorami di assoluta bellezza e un sole che tinge ancor più di azzurro un cielo da cartolina.



Il passaggio da Camp des Fourches è favoloso, e in più d’uno pensiamo che rimettere in sesto una di quelle case non sarebbe male. Sicuramente però si toglierebbe quella magica atmosfera che solo quelle rovine può dare.
I cartelli stradali, con cadenza chilometrica, ci indicano la quota, i km mancanti al gpm e la pendenza media del km successivo. Sono avanti questi francesi!






Le ultime migliaia di metri che ci separano dal passo sono di una spettacolarità unica. Per quanto poi l’artifizio per ottenere il primato di strada più alta d’Europa sia clamorosamente pacchiano, non si può discutere sulla bellezza di quella lingua d’asfalto che si arrampica nel niente della scura roccia madre. È l’ultimo km, il più duro, il più memorabile.











Foto e vestiti, poi discesa. Bellissima discesa. Curve da pennellare e bici che scendono sicure per la sinuosa strada verso Jausiers, dove 7 km di fondovalle ci portano all’attacco della terza e ultima salita, il Colle della Maddalena. 17 km di salita molto semplici, per coprire un dislivello di poco superiore ai 600 m.
Come sempre soffro i primi km, poi le gambe iniziano a girare e l’ultimo tratto della salita è un invito immenso a forzare il ritmo. Ma non sono qui per questo. Ci aspettiamo tutti come sempre, e al bivio dopo Larche salutiamo David. Per lui il giro è finito: il campeggio dove è in villeggiatura è a pochi metri. Partito in contemporanea alla nostra uscita dall’autostrada, si è fatto trovare pronto a Vinadio per la partenza.








Noi 5 proseguiamo e raggiungiamo il colle. Sicuramente il più anonimo della giornata, ma non ci pare il caso di lamentarci di cose così inutili in una giornata totalmente da ricordare.
Ancora foto e vestiti, e poi lunghissima planata verso il parcheggio di Vinadio. Discesa dolce e vento bastardo. Ogni tornante è una sfida all’equilibrio. Ogni rettilineo un ulteriore dazio per raggiungere la meta.
Ma il contakm che si spenge dal nulla mi conferma che la vera meta è già raggiunta, ed ogni numero esistente è tanto vuoto quanto inutile a descrivere empiricamente una giornata così. L’animo è pieno, ed a noi basta questo.
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