martedì 5 aprile 2011

GF La Spezia

La GF di La Spezia è uno di quegli appuntamenti su cui uno fa il cerchietto rosso con grande anticipo. Io lo feci quel 14 Marzo dello scorso anno, quando per motivi vari persi il gruppetto con il quale avevo fatto tutta la gara e che mi avrebbe permesso di entrare nei 30. Un risultato clamoroso. Però non ci fu niente da fare, e mi dovetti accontentare di un arrivo in solitaria, valutando quanto sarebbe stato bello scattare su quell’ultima salita, staccare i miei compagni, buttarsi giù in discesa e vincere la volata di gruppo.

L’anno prossimo, mi dissi.

Quest’anno a La Spezia c’è un po’ più nebbia di primo mattino, ma molte aspettative in più riguardo al tepore che si nasconde dietro la condensa di acqua stratificata qualche centinaio di metri sopra le nostre teste.

Dentro la testa di nebbia e ne ho molta poca, se proprio vogliamo collegare il discorso di sopra a quello da introdurre. Chiamala nebbia, chiamali dubbi, chiamale idee, chiamali pensieri. Quanti pensieri sono andati e passati in un anno fra le sponde della mia mente pensando a questo giorno.
In un viaggio molto silenzioso si trova molto tempo per riflettere. Io l’ho fatto già abbastanza e mi accontento di pensare, ricordare.
Una stagione iniziata male, con i postumi di una brutta caduta. La terra fa male, le macerie di più. Poi il misuratore di potenza. I lavori più noiosi che abbia mai fatto, e pure i più duri. Grafici impossibili da interpretare, tabelle durissime da digerire e in mezzo tutta la mia sana voglia di questo sport. In alto tutte le mie motivazioni per rendere quest’ultima stagione agonistica la migliore di sempre. In basso quei maledetti foruncoli a mettere dinamite sulle colonne delle mie convinzioni e delle mie volontà.

Senza colonne portanti, un edificio viene giù. Il mio lo ha fatto. Ma senza rumore, senza sporcare, senza tragedie. Sono quei passi da fare prima o poi, quelli che rimandi a domani quando sai bene che prima o poi dovrai anche fare i conti con oggi.

Scegliere: la cosa più difficile della vita. Per me che sono un mago negli intrighi di strade sconosciute, senza nessun navigatore a farmi da supporto, scegliere fra due semplici bivi è stata una delle decisioni più sofferte in assoluto. Poi quel domani è arrivato e alla fine mi sono convinto di quale strada scegliere. Per una volta, ho scelto la più semplice.


La Spezia sorride poco con quei palazzoni, ma ti sveglia con quella sua brezza di mare e con quella sua voglia di prendere il largo con una delle sue navi momentaneamente ancorate a un fondale che mi è dato conoscere. Stamattina è ancora così, tale e quale a come l’ho lasciata lo scorso anno. Povera di parcheggi e ricca di mare e monti per lasciarsi andare in sogni.

Mi sono iscritto a Novembre, altrimenti non sarei qui, forse. Nella mente avevo programmato un bel fine settimana, ma quando ho saputo dell’annullamento del medio ho lasciato perdere i miei sogni di gloria montagnosi del sabato. Farò la gara, onorerò il mio numero e tutti i miei sogni cullati per questa GF. So però che non sarà come sempre. Il coltello che di solito in gara portavo fra i denti, lo ho lasciato a casa. Ho portato il cervello in compenso.

Sono le 9 e manca un ora alla partenza. Parto davanti e non mi faccio problemi di orario. C’è tempo. Passeggiando verso il furgone, dopo essermi fermato al bagno, trovo Carlo. Ex compagno di squadra, grandissimo e generoso pedalatore nei percorsi medi. Oggi anche a lui tocca il lungo.

-Weee Carloo!!
Lui si volta e mi vede, stà entrando in griglia.
-Ooo Fabiolino!! Allora?? Sei forma?
-Mah, e insomma... alla meglio come sempre!
-Oggi c’è da morì... speriamo di farcela... i lunghi son troppo lunghi per me...
-Eh lo so... bisogna gestirsi per non schiantà in fondo!
-Oh Fabio, ti va di farlo insieme?? Così ci si sprona a vicenda... se ti va di aspettarmi!!
Cavolo. L’idea era di fare la gara come Dio comanda. Ma non ho dubbi.
-Avoglia! Mi fa davvero piacere, ci si diverte anche di più se c’è qualcuno che si conosce!


Ed ecco che mi accorgo di quanto sono cambiato nel volgere di qualche settimana. Una volta mai e poi mai avrei barattato la mia gara per quella di un altro. Invece ora, senza pensarci, senza rancore, con estremo piacere, ho accettato in un nanosecondo un’esperienza nuova, nonostante ormai qualche anno l’abbia alle spalle. Una GF in compagnia di un amico.

Bravo Fabio.

In griglia giusto 5 minuti prima di partire, sfruttando le comodità dei Master Gold. Carlo è giusto qualche metro più indietro, nelle prime file della seconda griglia.
Dopo il via, passa nemmeno un minuto e mi supera dicendo “ci sono!”.
Neanche 2 km e inizia la prima salita: la Litoranea. Facile, non lunghissima, di rapporto.

-Carlo, questa va fatta a tutta. Poi ci si risparmia dopo, ma qui no. Fidati.
-Vai vai Fabio... va bene!

E così, d’esperienza, si sale a tutta. Faccio una bella sgasata e ci riportiamo su quella che vedo come la coda immaginaria del primo gruppo. Così è. A metà salita il frazionamento c’è già stato. Siamo nel primo gruppo,

-Ovvai Carlo.. siamo dentro!

Fino al valico ci ripariamo bene in gruppo, è una salita da stare in scia. Io sento di stare bene, non sono a tutta. Non so Carlo, ma anche lui è vigile e coprto. Bene così.
Poi la lunga galleria. Ci stava bene qualche urlaccio per fare gli scemi, ma son tutti professionisti e lascio perdere. Che buio però!

Di là dal tunnel c’è più nebbia, ma le 5 Terre non sanno nascondersi e le scorgo nonostante la miopia. Nel frattempo dolcissima discesa, rifiatiamo e aspettiamo l’attacco di Volastra, la salita più dura di giornata. Le sue rampe all’11%, dallo scorso anno, mi insegnano di portare rispetto e di fare poco il presuntuoso.

Le prime centinaia di metri sono delle rasoiate terribili per le mie gambe. Poi subentra quella che chiamerei genetica, e mentre i passisti si spengono la mia lucetta verde si accende. Vado su che è una bellezza. Potrei azzardare a dire che non sento la catena.
Carlo però la sente e mi dice che deve rallentare. Nessun problema. Lo invito ad andare su del suo passo.

-Fabio ma te vai eh... è quello il tuo gruppo!
-No no... s’era detto di farla insieme!

E così rallentiamo e i migliori se ne vanno. Le mie gambe mi lasciano pensare che c’è un bel po’ di margine per aumentare e stare con loro, ma non mi interessa. Un tempo sarebbe stata una tragedia, ora è una questione indolore e del tutto secondaria. Il ciclismo è anche amicizia e compagnia.
Arriva la cima, e la discesa. Alla prima curva dove serve una bella frenata con l’anteriore riscontro un grosso problema. Probabilmente un po’ d’olio sulla pista frenante. Un fatto terribile per me, già poco avvezzo in questo avvio di stagione alle discese, e mi ritrovo a dover fare a meno dell’utilità del freno più funzionale.

Prendo dei metri, diciamo che mi stacco. Poi rientro. Carlo è lì che si volta di continuo per vedere che cosa ho, dove sia. Gli dico del problema, invitandolo a proseguire per la sua gara. Per me c’è poco da fare. Poi qualche altre curva dove il freno serviva e il gruppo sparisce davanti a me.

La prendo con filosofia. Scendo al massimo delle mie scarse capacità verso Levanto, voltandomi spesso indietro per vedere se qualche groppone arrivasse. Negli ultimi km all’ingiù li sento arrivare, ma spingo per farmi riprendere a fine discesa, così da non staccarmi. Ci riesco, e mi accorgo pure che la ruota va decisamente meglio. Forse si è pulita, non so.

Sulla salita di Montale mi limito a stare nelle prime posizioni del nuovo gruppo, aspettando la temibile discesa che ci aspetta e, devo ammetterlo, soffrendo un po’. Oltre che tecnica, la discesa, me la ricordo sporca, con dossi, stretta, buche e auto parcheggiate male. Infatti è la fotocopia dello scorso anno, tranne per il fatto che a differenza del 2010 adesso in discesa sono una frana ed è solo una lotta per salvarsi in coda al gruppo (almeno se combino qualcosa, non faccio del male agli altri).

A poche centinaia di metri dal termine della discesa, complice un mezzo spavento causato da un liscio con una macchina parcheggiata male, prendo qualche metro ma non mi preoccupo. Appena finita la picchiata, una svolta a destra decreterà l’inizio della salita verso il Guaitarola e di tempo per rientrare ne avrò in abbondanza.

Ci metto giusto una manciata di secondi, tanto breve era il distacco, e senza strafare pia piano mi porto in testa. Siamo un bel gruppetto e le gambe mi fanno male. Mi conosco però e so bene che l’inizio delle salite è sempre la parte più traumatica, perlomeno per uno con le mie caratteristiche. Infatti più si sale, più mi sento bene. L’andatura non è alta, per me, e mi porto in testa a fare ritmo senza strappare. Mi lasciano solo e nessuno si prende la briga di seguire il mio passo. Rallento e aspetto, da solo non posso fare nulla, non ne vale la pena.

Ad un paio di km dal GPM scorgo una sagoma familiare. Allungo nella solita indifferenza generale e come immaginavo mi riporto su Carlo. Si è staccato dal nostro ex gruppetto e stà faticando non poco su quella che è la salita più lunga di giornata. Gli altri intanto ci riprendono e ci superano. Lui mi invita ad andare ma da quell’orecchio sono sordo: lo aspetto.

Sul falsopiano dopo il GPM do un paio di sgasate e con l’aiuto di Carlo nei primi metri della discesa ci riportiamo sotto. Per me ancora lotta alla sopravvivenza, fin quando la strada non trova il sole ed un asfalto buono. Sentendomi sicuro, in queste condizioni, ritrovo un po’ della lucidità perduta e dalla coda del gruppo mi ritrovo in testa semplicemente impostando delle curve meglio degli altri. Verso Ziona la strada ritorna brutta e io ritorno dietro, e negli ultimi terribili tornanti mi stacco proprio, ma non sono il solo.

Le gambe stanno più che bene e non mi faccio nessun problema aprendo il gas con il rapporto più lungo. Dopo un km di falsopiano a 65 orari ricevo un generoso cambio da Carlo, poi da un altro ragazzo, ed infine riapro il gas per gli ultimi metri prima del ricongiungimento. È fatta! Poi ci voltiamo e ci accorgiamo anche di aver trainato un bel gruppo di succhiaruote. Il solito gioco.

Da qui in po’ so di dover giocare di rimessa, perché di salita ne rimane proprio poco. Prima del Termine di Roverano non tiro un metro, poi inizia la salita e si crea un buco. Spero che Carlo non abbia problemi. Mi volto verso di lui e lo vedo bene tutto sommato. Allora accelero e riporto me e il resto della ciurma sui primi. D
Discesa brevissima ma fatta bene, poi mi riporto a centro gruppo, alimentandomi un po’. L’andatura va a scatti, e c’è un discreto rischio di un allungo e del classico buco impossibile da chiudere. Mi sento bene e lucidissimo, e puntando sempre lo sguardo in avanti mi accorgo che le mie paure erano fondate e che un piccolo drappello stà tentando di andarsene.

Mi allargo all’esterno, aumento l’andatura e propongo una via di mezzo fra l’allungo e lo scatto: quello che serve per far accodare gli altri, accendendo la miccia. Tutto va come previsto. Riprendo i fuggiaschi e dietro una bella fila indiana mi indica che i miei progetti sono stati ben calcolati.
Qui finisce il mio lavoro però, avanti i passisti.
Ma si va piano, troppo piano. Torno davanti per lavorare e quando tocca a me riporto con gradualità l’andatura sui 40 orari, una velocità quantomeno accettabile per tutti. Qualcuno poi invita tutti a tirare per un pochino, visto che siamo 50 e passa, ma come sempre siamo appena in dieci a tirare. Per un paio di volte poi, dopo il mio turno, mi accorgo (anche con urloni di Carlo) di essere da solo senza nessuno a ruota. Eppure non ho aumentato!

A questo punto decido di lasciar perdere questa sfida persa e di accomodarmi nel gruppo: l’impegno ce l’ho messo.

Svolta a destra e inzia il falsopiano, controvento, finale. Scelgo di rimanere ben coperto dalla parte opposta dalla quale arriva il vento, evitando le ultime posizioni per i classici problemi di buchi che possono creare. Parlo un po’ con Carlo (che ha tirato per buona parte dei km precedenti come il miglior gregario) visto che le pendenze lo permettevano.

Come girano le gambe. E come torna alla mente quel pensiero di scattare sull’ultima salita che avevo sognato l’anno scorso. Ne ho la possibilità, lo sento. Purtroppo di salita vera, al termine del falsopiano, so essercene molto poca, ma il risultato non conta. Voglio scattare. Voglio il mio momento di attenzione. La fiammata di gloria.

Comunico a Carlo le mie intenzioni bellicose e poco dopo vedo apparire un netto cambio di pendenza all’orizzonte. Moltiplica inserita, mi porto in testa al gruppo. In due tentano un silenzioso allungo. Butto giù un dente e li riprendo. Sento la strada tirare ancor di più. Butto giù un altro dente e parto.

Quello che si prova a scattare è una delle essenze del ciclismo. Che sia fra i professionisti o fra ciclorintronati non conta, l’emozione è la stessa. Indescrivibile.

E così spingo a tutta, ma per poco, perché ci immettiamo su un’altra strada che ci concede un breve tratto di pianura purtroppo. Calo un attimo. Ci prova un tizio e prontamente mi riporto sulla sua ruota. La strada risale. E io riparto secco a più non posso. Ma non basta. La salita finisce e così la mia gloria. Il gruppo è in fila indiana ma ancora unito. In discesa rimango nelle prime posizioni per un km, dove la strada, seppure molto tecnica, era bella. Iniziano le buche e tiro i remi in barca. La mia vita non cambierà se non corro questi rischi che non sento nelle mie corde.

Carlo mi supera. La discesa termina, siamo arrivati. 125 km in 3h53’, 23’ dal primo. Uguale all’anno scorso, con la grande differenza di sentirmi ancora bene mentre la volta scorsa arrivai cadavere, finito.

So che il mio gruppo era probabilmente quello mollato sulla seconda salita, ma sono terribilmente contento di sbattermene altamente. Sono davvero felice. Ho corso evitando i pericoli, ho lasciato andare senza problemi quelli che una volta avrei seguito a costo di scoppiare. E ho avuto il tempo di vedere quel che c’è intorno al percorso, scambiare due parole con chi conoscevo, ignorato totalmente i fenomeni che si inventano dei DS la domenica imponendo i loro ordini.

Stavo bene, le gambe erano dalla mia e ciò ha influito enormemente di sicuro. E chissà cose ne pensano le mie nozioni tecniche sugli allenamenti e sull’alimentazione. Io che da qualche settimana esco 3 volte al max nei 7 giorni senza tabelle in testa ma solo con la macchina fotografica in tasca.
Oppure io che il sabato sera ho mangiato fino a scoppiare fritti e carne. Sono stato solo quello che volevo essere, quello che adesso so di essere. Non un cicloamatore, ma un cicloinnamorato.

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